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Full text of "La Merope (Scipione Maffei)"

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• L A (■;, x//, nà 

M E R O P E (i) 

TRAGEDIA 

DEL SIGNOR MARCHESE 

SCIPION E 

M A F F E I. 




IN FIRENZE, MDCCXLVlt: 

* 1 0 N A 2 t R 0 VA Z 10 ME. 



PERSONAGGI 



POLIFONIE. 

M E R O P E . 

EGISTO, 

ADRASTO. 

EURISO. 

ISMENE. 

POLIDORO- 



ATTO PRIMO. 

SCENA PRIMA. 

Po li font e , Merope. 

p 0 l yT Erorie.il lungo duol, l'odio, il fi/petto 
iVI Scaccia ornai dal tuo fen : miglior de- 
fimo 

Io già t' annunzio , anzi ti reco . Altrui 
Forte tu noi credetti ; ora a me fteffo 
Credilo pur, eh' io mai non parlo indarno - 
In confane k, t'eletti, e vo'bentofto, 
Che la noftra Meflénia un'altra volta 
Sua Reina ti veggia . Il bruno ammanto , 
I veli , e 1' altre vedovili fpoglie 
Deponi adunque , e i lieti panni , e i fregi 
Ripiglia; e i tuoi pender nel ben ureféntc 
Riconfortando ornai , gli antichi affanni. 
Come faggia che fei , ipargi d'oblìo. 

|f#r. O Ciel 1 qual nuova fpecie di tormento 
Apprettar mi vegg* io ! Deh Polifonie, 
Lardami in pace, in quella pace amara, 
Che ritrovan nel pianto gl* infelici ; 
Laicismi in preda al mio dolor tnluftre . 

fe/. Mira , s' ei non è ver, che fuol la donna 
Farli una inlana ambizion del j-'anto ! 
Dunque negletta , abbandonata , e quafi 
fEigioniera rtàar piuttofto Vuoi } 

A i ckfc 



4 ATTO 

Che ricovrar 1' antico regno ? Mer. L k 
Non varrebbe il dolor d' efier tua ni gfì< 
Ch' io doveflì abbracciar colui, che in i't 
Il mio Conforte amato, ( ahi riirembranz: 
Mi fvenò ctuaelinente ! c ch'io deveflì 
Colui baciar, che i fig'i mici trafitte ! _ 
Solo in penfarlo io tremo, e tutte io len 
Ricercanr.i le vene 00 freduo ore. 

Voi. Deh come mai ti ftannò fifle fa mente 
Cofe già confumate e antiche tanto, 
Ch' io men ricordo appena ! Ma , i' ri 
Da' loco a la r3Cion : era egli giufro , 
Che tempre fa i Meffèni il tue Cresi 
Solo regnalle, e ch'io r.on men di lai 
Da gli Eraclidi nato, ognor viveffi 
Fra la turba volgar confufo e miflo? 
Poi tu ben fai , che accetto egli non era ; 
E che non fol gli efteroi ajuti e l'armi, 
Ma in campo a mio favor vennero i prim 
Ed i miglior del regno : e finalmente 
Ciò che a regnar conduce, ognor fi leda, 
Che Ce per dominar, Te per ulcire 
Di fcrvitù , lecito ali' uo;-i non foflé 
E l'ingegno e *1 valor di porre In onra, 
Darebbe Giove quefti doni indarno . 

jfler. Barbari fenfi ! I' urna , e le divine 
Sorti fu la MefTenia al fol Creifonte 
Dier diritto e ragion : ma quanto ei. fo(T 
Bion Re, chiedilo altrui, chiedilo a quei 
Popolo afflitto , che tuttora i! piange : 
Tanto buon Re provollo efib , quant' io 



P R T -M O . ? 

r C,«tc il provai . Chi più felice 

■ftS w V Fimo luftro Petalo 
S»k d \^ q fe tu non cri. Intana 
- m A Kc, invidia cieca 

|no?ed fu la tua , quando nel primo 
fcmgicj • -ini* i due innocenti 

Scoppiar delia congiura , i Q 

Proietti miei figli , ( fi S U , 
The vnan co' bèi fembianti. e con 1 umili 
S dimandi mercè , le Morelle - 
7 ; * eli occhi laenmofi alzando. 

In Mellone non ptof JWf^ f , 
Ci avemmo, perchè contr . U fe de 

AL mio Lb dar «^^g^Sta 
g V io da ^■fg^SSS^i 
Parlar di nozze , e ruxt 

Ito/. Mcrope , ornai t accheti , i 

E qu*> donna ragioni: i molli attetti, 
fid i .«ieri (enfi w te non hiaf.no 
' Sa con di alti penfier non f. confanno . 
Ma dimmi, e perche lol c o de t 
Vai con Va mente ncercaniio, e ometti 

rs ° ; , feri ner te' che liuti rammenti, 
Quant io leci per te. <-» .j„.;i 
Che il terzo figlio, in cui del padre il no». 
Ti piacque rinnovar, tu tratugaftì , 



é ^ y 7* o 

gjft dl te della f ua morte, io fin/! 

C ln " razia tlia mi ftc "i cheto ! 
p « 5° ' 11ccio1 &wf«w«, ch'era ancora 
1, , ° dj !*> n6n giunto anco al terzo anno, 
W€ primi g lori ,i ^1 tumulto, in quefte 
WaccM morì pur troppo , e delia fuga 
Al difegio non refl'e . Ma che parli 3 
Cui narri tu d'aver per lui dimoftrò 
V or ?. be "i?nc,? forfè Argo, e Corinto, 
Arcadia , Ac.ja , e Pifi , e Sparta , in fine 
« terra , e mare ricercar boii ftftj 
Pel tuo vano fofpettu? e à] gìono d'offri 
Forfè non fai che fu queft^empia cut 

Ah ben fi vede, che incruenta Sorte 
Non appaga , Tiranni; ancor ti duole, 
Ch la Natura prevenendo il fe rr0j 
J*' te P«cerdel colpo. 

E viva purroata die tatto nfcèhi, 
Negherà, d* effe viva , è negherà^ ' 

£ e ,™ 3? ^ aamEl ---« mano 
La tua vita : « beo, come l'altrui ? 

MoS n on ÈL* ì TMÌ :a '°rr ? fTembra, 
p 0/ M M e ," On dando aIt ™'> ^ dar la vita . 
ro/„ Ma (a ciam tutto ciò- UCr\<i m 1 

Memorie aj fine • i» S. , ]* ? ffl3re 

Provi r , \r i_ c am ", e del mio amore 
F va tu ved,, che mentir non puote . 
E LI V 1 t0,,! ' 3 ""gratto eccoti rendo 

N« fter aV' T %h fe in vano 

WoHfpero: forfè nel tuo cor potranno 

Più 



P R / M ?.. * 

PIA d'ammenda prefente antichi errori? 
Z lth dimmi o Poliate; e come mai 
» tu. amor sì card, nacque e come 
d i me mai non ti punir allora 
P es, °. :„; 7M m i noria fui volto, 
Che giovi™*» mi no incUnando 

K.S e Stimi A 
niri 'al fettimo Uftto ornai fen varca 
J'Se eh Iva .'bramo.ognor bramali ma il dura 

P Jv* V della mia vita aliai f è noto . 
Tenor delia mw 

Sai , che appena fui Re, cn «terne K 

Infettar la Meffenia.el una ritinta, 

AU« s'accefe, e fenza aver npoio 
Altra s acccie, e f 

Or qua accorrendo , cr la , iuu r 
U^deccnnio fra Tarmi. In pace P o 
Gli tur mei mi lafciar , nu .alter lo irato 
Cominciò a perturbar quella ma nata 
m l ;„ Vnrp sì aravi og» a ' tro 11110 
Dttn-q Orche affine .in calma 
Q u do Re.no vegg' io . deft^o fatto 
Tutti 1 dolci pender: la mia futura 
V h ezza ,0 V munir co' figli, e voglio 
Far paso U ,v io , fin qui loppreflo , amore . 
Mcr. Lire eh ? fcmpre chi in poter prevale 
D'avanzar gli altri anche in fiperprciume, 
E d' aggirare a feano fuo le menti 
Altruf.fi crede. Penfi tu ti ftolti 
Merope, che l'arcano, e l fin nafcofto 
A pien non vegga? l'ultimo tumulto 
troppo ben ti feopri, che ancor .ficufo- 
Nel non iuu Trono tu non lei : fcorgetti 
A 4 ^ an " 



S ATTO 

Quarto vìva p:ir' anco , e quanto cara 
Del buon Crcsfcntc- e la memoria . I pcchi', 
Ma accorci amici tu fperar ti fanno , 
Che fé t' accoppi a me , f< regnar teco 
Mi fili, fcemancio l'odio, in pace al fine 
Soffriranno i Meffeni il giogo. Quefto 
E' l'amor, che per me e' infiamma ; quello 
E' quel dolce penfier. che iti te fi defra . 

Pel. Donna non vidi mai di te più pronta 
A torcer tutto il mala parte . lo fermo 
Son nel mio foglio sì , che nulla curo 
D'altrui favor; c di chi freme invano 
Mi rido, e ognor mi riderò . Mà fiali 
Tutto ciò, che tu fogni: egli è pur certo, 
Che il tuo ben t i è congiunto : or le far'ufo 
Del tuo fermo tu vuoi, la forte afferra , 
Nè darri i\t$ò penfier: molto a te giova 
Prontamente abbracciar l'effetto, e nulla 
L' iudngu' la càgìbri . Mer. Sì fé avefs' io 
Il cor di Polifonte , e s'io volefiì 
Ad tin'idol di regno, a un'aura vana 
Sagrifiear la rè, ivenar gli affetti; 
V, fé potefli, anche volendo, il giullo 
Tnfhpcrabil' odio eflinguer mai . 

Po!. Or fi tronchi il garrir. Al fuo Signore 
Ripullà non fi dà : per quelle nozze 
Diipontì pure, e ad ubbidir t' appretta,. 
Chea te piaccia, o non piaccia, io così voglio . 
Adrafto ! e come quì?t' accoda . Mer. Ifmene, 
Non mi lafciar qui fola . 



SCE- 



R f M 0 . 



S c 



E N A 



I I. 



Perche » vegg'o ^àrfSi ^fe, 
^ S rto7e ieAo::e «Unice ( M 

AL tatto mi , t {quadre 

Dove tuttora , 0 K- , <- on - * . L . 
De i Cavalier dì ibggiornar m_ imponi, 
SLto fa, che al punte , indi non lunge, 
Rub-to s'era pur' allori, e ucci:o 

U^l; cchcilUd T Uv, a : v -.. 



Spronai con pochi, e lo te- ■ ■ ■ 
Smorfie, eh' ci non negò o— . ■ . 
Feden.ifer eh' al (àngue altro che vi* 
Avidità noi tratte: al rimanente 
Non credi ciò, s' al iao c ' 



ATTO 

Giovane d' alti fenlì in baffo (lato , 
E 1 in vcfti plebee di nobil volto . 
Poi, Fa'.ch'ioi 1 vegga . Mer. Collui forfè delitto 
Lo fpsrger fangue non credea , uve regna 
Un Carnefice . ifm. Al certo s' ogni morte , 
S'ogni rapina Polifonte avelie 
Col lupplicio pagata , in quefta terra 
Foran venute meno e pietre , e {curi, 

SCENA III. 

Adrajlo con Egifto , e detti . 

Adr, lpCcoti il reo .MerM ira gentile .inetto! 
Pai. In così verde età sì Ice lerato ? 
Chi fé' tu ? donde vieni? cdove i palli 
Penliivi indirizzar? Eei. Di padre fervo 
Povero i' iono, e otturo figlio : i* ve go 
D' Elide, e verfo Sparta il piè movea . 
Iftn. Che hai Regina? oimè quali impruvile 
Lagrime ti vegg' io fgorgar da gli occhi? 
Msr. O I/mene, nelP aprir la bocca ai detti 
Fece coftui col labro un cotnl'arto, 
Che '1 Olio Conforte ritornommi 1 mente, 
E mei ritraile sì, com'io 'l vederti . 
Pel. Or ti penlavi m forfè , che in quello 
Suolo forte a'Sicarj, ed a' ladroni 
A porta lor d'infuriar permeilo? 
O ti penfavi , che poter lupremo 
Or qui non ÉuiTe'j e eh' io regnarti invano? 
Bgi. Nè ciò penfài , nè a far ciò, eh' io pur fec i , 

Eni- 



PRIMO. H 
Emnia fete mi Ipiiife, o vy^ha avara. 
Anzi a et» me fp°g ,iare e uccitlcr v olle , 
Per mia pura difefa a tor la vita 
V fui e {fretto . In reftimon ne chiamo 
Quel dove, che in Oiimma ha pochi giorni 
Venerai nel gran Tempio. Il mio cammno 
Cheto e foletto i' prole -i ah , allorquando 
Per quella via , che in ver Lacunia guida, 
Un' uom vili vetir, d' età conforme , 
Ma di felvaggio e truce afpetto ; in mano 
Nodofa eia™ avea ; fifsò in me gli occhi 
Torvi, poi riguardò, le quinci, o quindi 
Gente apparia"; poiché appresati fummo , 
Appunto al varco del marmoreo ponte, 
Ecco un braccio m'afferra, e le ih» vefti , 
li quanto ho meco altero chiede, e morte 
Cieco minaccia: io con ficura fronte 
Sprigiono il braccio a forza , egli a due mani 
La clava alzando , mi prepara un colpo , 
Che fe giunto m* aveffe , le mie fparfe 
Cervella" fora n' or giocondo parto 
A i rapaci Avoltoi : ma ratto allora 
Sottentrando il prevenni, ed a traverfo 
Lo ffrinfi , e V incalzai : così abbracciati _ 
Ci dibattemmo alquanto , indi in un fafcis 
N' andammo a terra ; ed arre foffe , o forte 9 
Io reftai fopra , ed ei percofl'e in guifa 
Sovra una pietra il capo , che il fuo volto 
Impallidì ad un tratto, e le giunture 
Pifciuke , immob il giacque . Allor mi corfo 
Torto al penfier , che fa la via refendo 



A T r o 
Quejj Ic-.K.bc i]>5t^co!o , inseguito 
i-' / li-ci iV.i poco: in care 

Però mi venne di Lmcur nel fiume 
fi ìcu , o fe mi vivo; e con fatica 
j L'iC inutil' era per ri ufi. ire, e vana ) 
V '• 1 terra , e in terra rimaneva 

.:i di figgati,; a mezzo li ponte 
.•'•..:—."•» in trenta., di vermiglia ftrifcia 
• ■ m: re rigando il Tuoi :. quinci cadere 
< i :-!:ìo in gai il lafciai : piombò , e gran tonfo 
ì»' udì nel profondarli : in alto falle 
f p ipruzzo, e Tonda i'ovra lui fi chiufe; 
Nè '1 vidi più, che '1 rapido torrente 
' . ' avrà travolto, e np* i fuoi gorghi (pioto. 
( d nel fuol la clava, e negra pelle, 

fjhe oj pugnar gli fi sfibbiò dal petto. 
Quelle io tolfi, rrcn gii come rapine , 

'••-r vano piacer quali trofei. 
E dà crjJer patria , che Iboglie tali , 

0 di nefiuop, o di sì poco prezzo , 
M' a vede (patito a ricercar periglio, 

1 ' :'i dar multe ^jttui ? Afa Oneita è Tempre 
La ciufit di colui, che parla folo . 

1' . Ma ì;iv;ìii per non aver chi parti incontra 
' .;. -.) a flap favor dipinge e adorna; 
<-ù' i ) qq$ caftoic delle leggi cfFefe 
' • •■ •voi-Iari.-) fi.rò . Mer. Non correr torto 
% ddnite ni rigor: the non fui pendi, 
' ; hè fi cerchi alcun rifeontro ? io veggio 

i*«jrsà non pochi indizi, e parmi, 
Cld r.fj merti pie;à. fyl, Nulia fi nieghi 

la 



p R I M 0. 

f V « * ! «no ate:na die t\ie Han*i 
' 5 ?'ti piaccia omni , che al tuo t W<*o 
clmvienfi il far più qui di*n*i. 
r^Kon un' ortgbtnimi.non un niomettd 

, W uomo ,1 fine; e pcriempo 
ET comincia a provare i guai di **fta 
i Misera vita ■ In tal povero ftato ■ _ 
tt&tt banche il mio figlio occulto v.Ve! 
E trèdi^are irmene, che le il gu^o 
Ginger potete i« » fo«»»na pArtfc , 
Tale <W*hto il vtedreì; cjie re Jfte \e*N 
Da Haellc di coftui poco faranno 
Kflerifelìanti'. Piaccia almeno al Cielo , 
CV ? ncVcisìbencompìèiro ie dirac me^ra 

■ Sì ben difpoftò divenuto fia • 

SCENA TV. 



Eri fi v , Adr ti fio • 

^> i-w Irnmi ti prego , chi è coleiM^™* 
S D F arn diqueft* terra, e farà ancora 
Fra -poco . fw.l fJmmiDei l' efaltin Tempre. 
E della Tua pietà quella mercede, 
Clic- dar non le pois' io, rendanle ognora . 
■ ©on'tfà non vidi mai, che tanta in «no 
Riverenza- ed effetto altrui movale . 



m atto 

JI» tu che preflo al Re puoi tanto, fegj 
Cos, n ob I i C eiemp.o J en Sfavore ° * 
r adopra. Deh S, ?nor di me t'increfea, 
Che nel fior dell' età, fenZa difefa , 
Senza deluto alcun , per fato avvedo 
In tal nerbilo fon condotto. In quefta 
M tainofa Città non ùr che a torto 
Vario il „, 10 fangac fia . lun?Q t0nnento 

gì innocenti genitori afflitti , 
' qua, h fola a ffenza mia fon certo f "io 
Ut or fa (buggere in pianto.^,, tuo vancag- 
io g,a da prima il tutto efpofi : e forfè 
™on t accorgerti ancor quanto cortefe 
Io fu, ver te? tu vedi pur, ch'io tacqui 
Del ricco anello, che da te rapito 

PenfiTv ^.rV PerqUSl C ^ ne 

Di r i S-ì Ce,I? vil br3 ™ forfè 
g» reftar poffeflbr di quella gemma, 

tt'ate n ' ? ^ ^ ' fe CÌd ■ 
E noi ° n f 3nCa , n F mnie:To P« Scampo, 

Che sì ahr0 ; 1 f o: P° ichi:i * fcopw, 
SpÌR*^ b «ft«a;iJ tuo Slitto 
groppo fi fa palefe, anzi s'aggrava 

£ ?; san? è t : pp £ i*?.— * *■ ^ 

, 1 " , cla te • Tu pur Ce fida 
£ voler, eh' svolata i 0 m ' ab L * f 

Che daj mio vecchio padre in dono io 1 ebbi. 

4%vtki Se fl ch io , mem,r ™ • 

' v ^gb 1 » P'uttofto , che mentir non fii 
Koa nu dj «^ ^, che « padre t U0 ' 



j» Jl IMO. 15 
U fortuna fervil fi g»ce ? Egi. Il difll 

£,„ di cotefte gemme ? un bel paefe 

?lftn tuo: nel noftro una tal gemma 

Ari un dito regal non (converrebbe . 

a r rhe dir uè de uo prezzo 
Fri A Ciò non lo me air, ne u j 

Più oltre i' fo: ma ben giurar pois io, 

Che, non ha ancor gran tempo, il porno, in cui 

Comriea fuo gir» il diciottenni anno 

Chiimommi il padre mio dinanzi ali Are 

De' domerei Dei; e qui piangendo 

Dirottamente, l'aureo cerchio in dito 

Mi pofe e volle , eh' io gli deffi tede 

Di cuftodirlo ognora . Il fommo dove 

Oda i miei detti, e fe non fon veraci , 

Vibri fue fiamme ultrici , e in quello punto 

M* incenerirci. Adr. Un'arme è il giuramento 

Valida molto , e eh' ndoprata a tempo 

Fa belliflin i colpi: ma tu ancora 

Non fai , che meco non ha forza alcuna . 

Or lafciam quelle fole : il punto è qnefto , 

Ch' io per tuo bene al Re non farò motto 

Di ciò, e che tu altresì , s' etì'er vuoi falvo, 

Altrui noi faccia mai. Egi. Tanto prometto; 

E credi come vuoi, pur che m" aiti. 

Anzi pur che a iàlvezza in canto rifehio 

Tu mi conduca , io di buon cor ti faccio 

Di quella gemma un don.A/r.Leggiadro don» 

Per certo è quello tuo , quando mi doni 

Quel eh' è già in mio potere , e eh' è già mio . 

AT- 



i6 

ATTO SECONDO 

SCENA PRIMA 

Emi fi , Ifmene . 

' ftT ^ ^ ur '^ a » ài v e'ie" Merope il tempi 
X^l Queftouon è «benché tu fia quel folq 
Che d'ogni arcano Aio fu tèmpre a parte j 
Lafciala fòla ancor, finché piangendo 
Si sfoghi alquanto: tu non fài.qual nuova 
Sciagura il cor le opprima . Eur. I u <<\-\ pi r 

tv ( ofa 

Da ferpeggiantc ambigua voce ho intefo , 
Polifonie affrettar le minacciate 
Nozze, e per accertarmi a lei correa. 

Ifm. Quello a lei fembra atroce mal, maqueft 
Quali eh' or G difperde , e irf fen le tace ; 
Ch' altro maggior l' alma le ingombra , e preme 

Eur. Che avvenne mai? forfè del %Ii 0 , eh' elli 
Bambino diede a Polidoro , il vecchio 
Servo , perchè q-ual fuo lungi il nodriffe , 
Novella infettila è giunta Ufm.My tu '1 penfafti 
Hunfo; tu ben lai , c h' altro conforto 
Non avea P infelice Jn tanti mali , 
Che '1 man ci..!- in Laconia il lido Arbsnte j 
Ogni fti^LuWe occulto. Al Ino ritorno. , 
Di cui P uve- co7*:.vj ei i momenti , 
Quafi uftia di il fteffà , e cento cefo 

Ve- 



SECONDO 17 
Volea a un liato faper : dalla fua bocca 
Quinci pcnclea per lungo tempo , il Tolto 
Cannando lpcflb, e palpitando tutta. 
Poi tornava , e volea cento minute 
Notizie ancora, e noi Jafciava in pace 
Finche gli atti, il parlar, le membri, 1 panni 
Dipinti non avea a parte a parte 
Il buon meflb, e talor la cola fteflà 
Dicci volte chieder . Eur, Non ti dar pena 
Di ciò ridire a me , eh' io la conofco 
Troppo bene , e talvolta a me dappoi 
Tutto narrava, e s' un bel detto avea 
Da raccontarmi del Tuo figlio, o Dio, 
Le fcintillavan d' allegrezza gli occhi 
Nel riferirlo. Or dimmi pur qual nuova 
Abbiafi di Cresfonte. ifm. E* giunto Arbante, 
Che tardò quefta volta oltra '1 cortame , 
E porta , che Cresfonte apprefib il mefto 
Vecchio più non fi trova , e eh' ei tuttora 
Ne cerca invan , nè fa di lui novella • 
Em: O fpeme tronca , o regno afflitto, o eftinto 
Sangue de' noftri Re ! Ijm.ìAa. tu mi fembri 
Altra Merope appunto, che di lancio 
Negli eftremi ti getti : io non ti dico 
Che la fua morte ei rechi . Eur. SI, ma credi 
Tu , che a cafo , o da fe farà fvanito ? 
L' avrà (coperto Polifonte al fine , 
Gli avrà tefo l' aguato , e 1* avrà colto . 
2fm. Nulla di quefto : afferma Polidoro , 
Ch' era prefo il garzon da viva brama 
D^andar vagando per la Grecia» e alcune 
B CU- 



28 A T T 0 

Città veder, che del lor nome han (lanci 
La fama : egli or co' prieghj , ed or con V u 
Di paterno poter per alcun tempo 
Il raffrenò, ma al fin 1' ardente Ipirto 
Vi ito dal ilio defio partì di t'urto, 
E '1 vecchio, dopo averlo attefo in vano. 
Era già in punto per fedirlo, e "irne 
Ei fletto in traccia , investigando l' orme . 
Ettr. O quefto è un male affai minore, e forfi 
Neppure è mal; che a qual periglio efponf 
Col iuo peregrinar, fe non che altrui, 
Ma neppure a fe flreflo ei non è noto ? 
A ciò penando, avrà conforro in breve 
La^madre afflitta. Jfm. Osi ti fo dir io , 
Ch' or ben t' apponi; tutti 1 ri/chi, tutti 
I difagi , che mai ponno dar noja 
A chi va errando, s' odi lei , già tutti 
Stanno intorno al iuo figlio . Il Sole ardente, 
Le fredde piogge, le montagne alpeitri 
Va rammentando; nè funefto cafò 
Avvenne iti viaggio mai, che alta fiia mente 
Non fi pre/enti, or nel parlar d'un (lume 
Dal corib vinto, ed or le par vederlo 
In mezzo a' malandrin ferito, e oppreflo • 
Ma ricorda anche i fogni , e d' ogni co fa 
*a m-teria di pianto : in ibmma , turilo , 
& io debbo dirti il vero, alcuna volta 
Parageneli fenno fuo vacilli, Eur.O figlia 
Tutto vuol condonarli a un cor di madre . ' 
Quello è 1 affetto, in cui del fuo infinito 
l>iviu poter pompa fuol far natura. 

Quan- 



SECONDO 19 
Quando tu 'l proverai, vedrai s' io mento. 

Jfm Per iriC non P rovero ' 10 a ' cerCo '■> 10 
Imparo tutto dì quanta follia 
E '1 rrirfi a procacciar sì gran dolore . 

tur. Qucfto è un dolorane con piacer s'acquifta. 

Tf; Credimi pur, che in tal penficr fon fifTa. 

£ w [ Ma bramata , e richieda il penfi in vano, 
Che 'I tuo fembiante al tuo penfier fa guerra. 

Jfm. Ecco Merope . 

SCENA IT. 



Merope , e detti 

Mtr. O Enrir ° '• ncl vec, erti 

Ripiglia il lacrimar 1* ufata via. 

Eur. Pur' or l'avvilo udU.Ww. Quello è ben altro, 
Che gir penfando, or che al vigor degli anni 
Era giunro Cresfbnte , al miglior modo 
Di palefarlo ornai : quefto è ben altro, 
Che figurarli di vederlo or' ora 
Della plebe al favor portar feroce 
Sul Tiranno crudeltà fua vendetta. 

Sur. Ma perdona , o Reina : e chi diftrufie 
Quelle dolci fperanze? e che rileva , 
Se lodevol defio guida alcun tempo 
per le Greche prtìvincie il giovinetto 
Di iàpere , e di fenno a far teforo? 
Tu ornai nel pianto la ragion fommergi . 

Mtr, Ah tu non fai da qual timor fia vinta . 

&tr. Dillo Regina ,Mer. Già due giorni al ponte , 



2o Atto 

Che le due ftrjde unifce, un' uom fu accifq 
*n>; lì Co , che Adrafto V omicida ha colto . 
Mcr» Orquell' ucciib io temo (e piaccia al Cielu 
Che il mio timor fia vano) io temo, Eurifo 
Non fia ftato Cresfunte . Eur. O eterni Numi 
Dove mai non vai tu cercando ognora 

I motivi d' affanno? M*r t Troppo forti 
Son quella volta i miei motivi : Afcolta . 
Q; i de'Melfeni alcun non manca , o;id' era 
QjelP infelice un pafl'eggier: confetta 

II reo , eh' era d' età alla fu3 conforme , 
Che era povero, e foto, e che veniva 
Di Laconia ; non vedi come turro 
Confronta? appretti» egli ftri'igea una clava. 
For/è il vecchio (coperta al fin gli avea 

L' Erculea fthiatta , ond' ei dell'arme avita 
Giovanilmente facsa pompa, e certo 
Qua fen veniva per tentar fina forte . 
E*r. Piccioli indizi per sì gran fofpetto . 
Mer. Io penfo ancor, eh' Admfto, del Tiranno 
L' intimi) lunìco , il reo conduce . Or dimmi, 
Perchè venne egli fteffb : egli fènz' altro 
Potea mandarlo; e perchè mai ne! fiume 
Far, che il corpo fi occulti, e fi difperda , 
JNè alcuno il vegga ?£#r.Deh quanto ingegnofa 
ru/eiperturment;ira!Aff>-. Ah ch'io ne' miei 
Divifamenti errar non foglio mai . 
E notarti tu, Ifinene, qual cura ebbe 
Polifonie in partir, eh' io rimanendo 
Col reo non ragionarti? e ti iowiene 
Quanto pronto, e giulivo ei mi concefic 

Ciò 



~ E C O N D O 21 . 

^ a ,V io rkhiefi in fuo favore ?//»;. In fatti 
M Ito cortéfe fa , molto clemente 
S X <i moftrò ; non può negarli 
^' d vedo c pur troppo il ino coirne. 

p Ma gioverebbe in quello cafo a lui 

^/' divulgar , che 1' occultare il fatto , 
S« troncare a chi l'odia ogni pranza . 

Z SIS» . che troppo il popol quella nuova 
Atrjcità'comnioverebbe a sdegno. 

M come vuoi , eh' egli abbia or d. repente 
Scoperto il figlio tuo? Mrr. Chi de* Urannl 
Può penetrar le occulte vie ? fors anco 
Sol per fpogttario U rio ladron uccife, 
E di poi V è feoperto . Eur. Or' io di quello 
Laberinto,che tu a te ueffa ordirci, 
Spero di trarti in breve . Avrà fra poco 
Adrafto alfri meftier dell' opra mia; 
Non fia però, che a compiacermi io 1 trovi 
Reftlo: lafcia, che feco parli, e trarne , 
Mia Reina , ben tolto io ti prometto 
Quantobaltia chiarirci . Mer. Ottimo in vero 
E' tal configìio; fello dunque, Eunfo, 
Ma fallo tofto, non frappar dimora. 

£ un Non dubitar ; ma incanto ne' tuoi danni 
Non congiurar tu ancor Con la tua Ione, 
E non crearti con la mente i mah . 

Mer. O caro Eurifo, i' veggio ben che quello 
Nulla è più , che un fofpetto ; ma fe ancora 
E offe falfo fofpetto , or ti par' egli, 
Che il fol peregrinar del mio Cresfonte 
Mi dia cagion di dover' efler lieta? 

B 3 KoZ' 



g««0 garzcn, fefe btfpetto, ignaro 
D ,He vie. de' coftumi/c de i perigli, 
Mi appoggi alcun no» ha , povero , e privi 
£ otpui; qual di vitto, e qual d'albergo 
. ^on patirà difeso? quante VuIte 
Ali akrni menfe accufteraffi , un pane 
Chiedendo umile ! e ne /.irà fora' anche 

iSÌS ? C8Ì P adre 3 ric " "«nfi 

Cade SS r° S ' lea ' Ma P 0Ì > fe ,nferm « 
Chi n avrà cura? ei giacewffi in terra 

JJ acqua norl ftrà ch] jf 

O D C ,, ^he s'io porefli a[ine r i0 £ f » • 

Pamii che tutto foffrirei co, pace 

Jf*J Regz: ia , odi runior . 

Sarà co fiST 2J*aV ^ fa»'^ 
3fferro ' ei1 tu "° efp!or 0) eate ritorno. 

scena in. 

Polifonie , e Adraflo . 

P * O* . jlinini ; parti, che deponga ornai 

CM r e ÌT Penfier h flu " «ante ognora 
Citta iuperba e'1 p r0Ce l|„f o V oI«o> 

La turba vii, che peggiorar non puote ' 

e /rx r' ènt v e r= iar b ™ ' 

« iKe, che pi« non ha t m mM migVl ^' t 

Poh 



SECONDO 2? 
„ i frappo è vero; e qualor le vie trafcorro , 

n lISo il tradimento in ogni fronte 
A l Aletta, o Re, quaderne nozze -affretta 
foddisfar con quelV immagm vana 
K Stizia, e di pace il popol p»**- 
p fl f Meglio faria far di cotoni 8*"P"V 
2; Tu toffo a te torreft» allora ri regno. 
1 'in voto regno almen farei ficuro . 
&M»dò bramar, non già fpmr trUte . 
j>»A E credi tu, che fia per poter tanto 
Nel Pentimento popolare il foto 
Veder del regio onor Merope 
Adr. Sol l'incerto romor , che di ciò corre 
Mola già ti concilia ; e « ha chi ipera , 
Che di Creonte la Conforte d.bba 
RifregUtt di Crerfonte « te .coM.. 
p,/. Sciocco peniier! ma. » cU /V 
Adr. Ladina, come fu, nc.La , e brama. 

Po/, jvlal dall' ufo comun quefta BUltttl . 

iWr. Di raddolcir la disdegno^ mente 
Con alcun' atto a lei gradito ò fona 
Por cura : arduo non fia, che il primo patos 
Fatto quefto, e ridotta anche ritroia, 
E ripugnante a fofferire il nome 
Di tua fpofa, efpugnar tutto .1 fu o core 
Pia lieve imprefa; che a placar la donna 
E a far ben tofto del fuo affetto aconito, 
Somma han virtude i marnali ampie». 
Fot»' anco allora con lulìnghe e vezzi 
(Per alma femminil force tortura) 

B 4 Gm * 



p A T T O 

^ CiA n k? * Che neI Cljr fta fi ^- 
Cn„, P ° trebhe avvenjr: ma & perfide 

e minacce ufar; che a turco r re Z2o 

E> lfjf°. Jmeri f"- c <^'> ver cui 
Pace dando ed onore a qnefto 

Fa' che fi clmmf il ' " hc " rJ S^ni. 

n è cu 2 L e " e A A1 mio 

Ciò eh' è be„TrV "°" 3 h " h ■ 

Vanne « fftj «J«J * -le: 
Pel nuovo riaTS:* dl ' chc a PP r <^ 
Sacrifizio £ • " gIU ' JV ° 

V.o! Tempre a p'" 1 . &10 ?° 
Fé' trivii . ; P d °S nj c ^ a Dei. 

M* arfretto ° 1:: ' d Ubbidlrti 



SC E- 



SECONDO. iy 



SCENA IV. 

Ifmene, Polifonie 

lfa V Che nV imponi , o Re ? Poi. Dirai 
J ' Ej h Merope, che Amor non fofTre indugio, 
E eh' »o non vo' moltiplicar il danno 
Di ranca età perduta . Al nuovo Sole 
Però n andremo al Tempio , ove del mio 
Sincero cor , di mu perpetua fede 
Tutti farò mallevadori i Dei . 
Quinci di cento trombe al funn feftivo 
I ra '1 giubilo comun , fra i lieti gridi 
Spofa uicirà, e Regina. Un tanto dono 
Dee far grata , qual fia , la man , che ti porge. 
Jfm. Come Signor ? il fermo tuo volere 
Oggi dopo il meriggio efponi , e vuoi , _ 
Chea così ftrano cangiamento . . Poi. E voglio 
Che tutto ciò diman pria del meriggio 
Sia efeguito : lode è protrar le pene , 
Ma non già i benefìzi . Or perchè veggia 
Merope , quanto fui mio cor già regni , 
Dille, che avendo feorto il fuo desìo 
Intorno all' omicida, io le do fede, 
Che in danno fuo non forgerà funefto 
Decreto alcun : e in avvenir fi accerti , 
Che fempre griderà n le Leggi invano 
Contra chi fia dal fuo favore aflblto . 
Or vanne , e fa , che in così lieto giorno 
Piacciale illuminar di gioja il inefto 

Voi- 



zS A T T 0 

Volto, e le membra circondar di pompai 
//'«. Sappia Re, ch'ella da alcun tempo in quel] 

Ore tranquille, ch'ai ripolb.e al forino 1 

Per noi fi dan, difiimulato invano 

Soffre di febbre aflalto. Alquanti giorni ! 

Donare è forza a rinfrancar iuoi fpirti . 
Poi. Il comando intenderti; or tuo dovere 

E 1' ubbidir, non il gracchiare al vento , 

SCENA V. 

Ifmene, poi Merope . 

#«.<JVen turata Reina ! a tanti affanni 

Quello mancava ancor ; e quefto appunto 
Ter l infelice il tempo era opportuno 
Da vederli condurre a no7ze, e nozze 
Con Polifonie: o ini/èro dettino ! 
Da re che volle Polifonie, Ifmene? 
JJm. Ohimè fpofi ti vuole al Sol novello. 

r-u Di Cresfonte 11 penfier tanto mi ftrinfè. 
Che quell* altro dolore io quali avea 
Porto in oblio; ma die? morte da quefto 
A mio piacer trar mi fiprà , fol eh' i 0 
Poterti pria del %H 0 , e di fua vita 
Contezza aver . lf,„. Aggiunfe , che quel reo , 
»ol perchè m Aio favor piagar ti vide 
ti da morte affeura . Mer. Or'vedi Uinene, 
» _ occulto arcano è qui? qua l nuova cura 
JJi fecondar con animo sì pronto 
Un iam po di defir, che iti me tra luffe? 

Ifm. 



S B C 0 N" D 0 ty 
r r„ Vcco Eurifo che torna , e con feretuj 
*ti£»i ei» prevedi gu col nfo, 
qmI' uom, che porta in fe liete novelle. 

SCENA VI. 

Ettrifo , e detti* 

tur. T Odato il Ciel , Regina ; io quella volta 
' Ti trarrò pur d' affannoni» fe d* ogni altro 
Trar ti potefli in quello modo un giorno ! 
tfer. Tu mi rallegri .Eurifoi e che mi rechi 
Di cosi cerco fEur. lo con Adrafto appena 
A parlar cominciai, che venni in chiaro, 
Come V ucciib dal ladrone al ponte 
Il tuo figlio non fu. Mcr. Grazie agli Dei, 
Da morte a vita tu mi torni; eppure 
Crefceva in me il fofpetto : Or quai di quello 
Aver potetti tu sì chiare prove? 
Io ten dirò una loia : il tuo Crcsfonte 
Nodrito in umil tetto, e qual di_ fervo 
Figlio tenuto , in baffo arnefe è forza , 
Che vada errando, M?r.E* ver pur troppo. Em; 

( Or lappi 3 
Che quel mifero avea fuperhe fpoglie , 
E ricchi arredi. Afrr.Sequeft' è, Cresfonte 
Ei per certo non fu , tu ben ragioni: 
Ma quali faron quefte fpoglie , e dove 
Sono . Eur. lo di effe quella fola gemma 
Vo'che tu veggìa : con fatica Adraft» 
Alle mie mani l'affidò: rimira, 

Se 



SS ATTO 

Se un te foro non valeJ&n Oh quanto , EurifJ 
lo tenuta ti fono ! ohimè ! traveggo ? 
Alta , o Dei , sì eh' io non mora in queft Q 
Punto . Ifm. Che farà mai?.E.7>*.Periiàr noi puffo, 
Mer. Ah eh* io non erro : è defla . Quefta genirtn 

Avea dunque colui , che fu trafitto ? 
Eur. Aveala ; or che ti turba ? Mer. Avete vinto 
Perverte ftelle ! or farai fazia , o forte , 
Vibrato hai pur l'ultimo colpo; oh Dei/^ 
Eur. I 0 fon confufo . Ifm. TI cor palpita , e trema. 
Mer. Quello è t" anel , che col bambino io diedi 
A Polidoro , e eh' io di dar gl" impofi 
Al figlio mio, te mai gungeflé a ferma 
Etade; egli vi giunte , ohimè , ma invano . 
Eur. Deh che mai fento! Ifm. O maraviglia!^/-.T 0 
Già più non fono;ngni fperanza è a terra, (madre 
Jfm. Deh che forfè tu sbagli, e come vuoi 
Dopo sì lungo tempo aver sì fifia 
D' un'anello i' idea ? ma in olire , forfè 
Non fi pon dar due fomiglianri gemme ? 
Mer. Che fomigliar ,che sbagli ? un luflro i itero 
Portata ho in dito quefta gemma : quello 
Fu il primo dono del mio i~iolò ; e vuoi 
Che riconofeer' or noi fappia ? penfi 
Tu , eh' io fia fuor di fenno ? ecco la Volpe 
Privata già del Re Cresfonce infegna , ' 
Ch' egregio Maftro vi fcolpì . Eur. Ma forfe 
Smarrii] a il vecchio in sì lunghi anni , e forfè 
Involata gli fu . ^M-.Non già ; che Arbante 
Cufiodita appo lui fempre la vide. 
E#r, 0 fwrza di dcfting ! Ifm, \\ cor gliel dine . 

Eur. 



s E C 0 N D O 19 

^ Prefentimento hanno le madri ignoto . 
n rhe Diù bado? e in quella vita amara, 

^Se p.ù rattienmi ? per tant' anni tutto 
£ nSimento mio fa una fperanza 
Or Te fta è al vento: altro non «fa i il «gUa 
M o'non vedrò ma. più . Or Polente 
Regnerà femore, e regnerà tranquillo. 
© fngiufti Numi! il perfido, 1 iniquo, 
Il ttaditor , 1' ufurpator , c Jui , 
CkX crudeltà, che in empietà, che in frode 
Qua! fi fu mai più fcelleraro avanza , 
Quefto voi proteggete , in quello il sottra 
pìvor tutto veriàte; e conerà £ fingi» 
Del buon Cresfonte , contra gl infelici 
Germi innocenti di feoccar v'è a grado 
Gli ftrali : e duolvi forfè ora , che ornai 
Eftinti tutti, ove feoccar non retti. 

Eni: Il fu netto , impeti fato , orribil calo 
M'ha trafitto cosi, così m ha oppreflo, 
Ch' affai più d' uopo io fteflb ho di contorto, 
Ch'atto or mi fia per dar contorto altrui. 
Non pertanto, o Regina , il buon delio, 
E '1 /omino duol , che del tuo duolo io fento, 
Fan, eh' io pur ti dirò , che il tempo è quefto, 
In cui tu devi richiamare al core 
Tutto il valor di tua virtù : e ficcome 
Sovra il corfo mortale , ed oltre all' ufo 
Deltuo fello, in tutt' altro ogn' altro haivmto; 
Così in durar contra queft' afpro colpo 
U'^ual ti mottra, e fa' arroflìr gli Dei. 
Ole are , imnerfcrutabili , profonde 

Sen 



3° A T T O 

Sun quelle vie, per cui reggendo i Fati ' 
Guidar ci fu„l l'alto configho eterno. I 
Tu ben fai, che il gran Re , per cui fu rra| 
La Grecia in armi a Troja , in Auli ei ftJ 
La cara figlia a cruda m^rte ofFerfe , 
E fai, che'l comandar gli fttfli Dei. 
l/ler. O Eunfo , non avnnn gijmmai gli Dm 
Ciò comandato ad una Madre . Un' uori 
Intendere non può , non può fentire 
Qual divano ci corra ; e poi colei 
Per la falute universale a morte 
N'andò come in trionfo; e al figlio mio 
Sotto il braccia plebeo fpirar fu forza 
D' un malandrino . Empio ladron crudele 
Con che attuto parlar , con quai menzogne] 
Il fatto dipinge? ! chi non gli avrebbe 
Preftata^fede ? or' odi, Eunfi. ; io io vita ! 
Non vo' più rimaner -, da quelli affanni 
Iien fo la via d' ufeir ; ma convitti prima >1 
Sbramar l'avido cor con la vendetta. 
Quel fcellerato in mio poter vorrei, 
Per trarne prima , s'ebbe parte in quello 
AfTaflìnio il Tiranno ; io voglio poi 
Con una feure fpalancargìi il petto , 
Voglio frappargli il cor , voglio co* denti 
Lacerarlo, e sbranarlo: in ciò m'aita, 
O fido amico, in ciò m! affitti} e doppo 
Ciò ti conforma al tempo . La tua fede 
Non avrà più per cui fervarfi : ornai 
Siegui i felici, e quel partito abbraccia, 
Ver cui fon tutti dichiarati i Dei . 

Sì firetto ho '1 cor, che in vece dipafold 
I^on mi tramanda , che faglili» , e pianto . I 



ATTO TERZO. 

SCENA PRIMA 
Poli font e , Adrajlo . 

On sì >rran fretta io ti richiefi , Adrafto, 
■ Perchè felici alte novelle io fono 
Impaziente di verterti in fimo . 
Cresfonte è morto; ei fu colui , eh e al ponte 
Trucidato reftò, dirmi or ben poflb 
Re di MeUenia ; or poflb dir che ti fine 
Incomincio a regnar . Adr. Veduto ho fempre 
Creder 1' uom di leggier ciò che delia . 
E chi recò sì gran novella ? Poi. Un fervo 
Di Merope , che quanto a lui riefee 
Di penetrar , ini fvela ; a ragguagliarmi 
Corfo è pur or, com' ella lui tal morte 
Smania, e il lègreto, che per lunga etade 
Tacque sì cauta , or forfennata" il grida, 
Crucciandoli d' aver con tanti inganni , 
E con tanto lutlor fol conieguito 
Di fabbricarti una maggior ìveutura . 
Adr. E tu a lei prelti fede? e perchè mai 

Chi mentito ha vent'anni, or dirà il vero? 
Po!. Tu fofpetti a ragion; ma io noi credo. 
Ai detti fuoi , al Aio dolore il credo. 
Vi'lela il fervo lacerata il crine, 
Di pianto il lén , piena di morte il volto : 

Vi- 




3* atto 

Videla forger furibonda , e a un ferfo 
Dar di piglio ( impedita a viva forza 
Dall' aprirli nel lèno ampia ferita . 
Or freme, ed urla, or d' una imttra Aan J 
Sen va gemendo, e chiama il figlio a nome; 
Qual Rendine talor, che ritornando 
Non vede i parti, e trova rotto il nido, 

alto ftndendo gli s'aggira intorno, 
E parte , e riede , e di querele affonda . 
Adn Mi com e ma j Clù r il ev òj> p oL Ben cn i afo 

Ciò non comprefe il fervo; ma aflìcura, 
Che a dubitar loco non refta . Adr. Or dunque. 
Felice te, per cui tutto combatte 
E i„ favor s'è armato il cafo ancora ! 
XVonfol d , torre il tuo rivai dal mondo, 
Ma s è prefà anche cura la fortuna 

rf Tj rmiar f a te U delitto • p ^ Ho importo, 
Che fi difoolga ]' nccifor, Coi ch'e-li 
Del palagio non efca: or vò penfando, 
Se il già prefitto a me troppo nojofo 
Imenèo rralafciar fi poffà : il vo ]*o 
Non ha più che fperar : nè ci ha in Mefite 
Un a regger vaglia temerarie imprefe. 
U altra parte non è fprezzabil rifchio 
L avvicini quella furia : imbelle 
iWfticQ nemico affai più temo 
the armato in campo j e tu ben fai, 0 flVf 3 
Femmma non perdona Adr. Anzi ora è il tempo 
Di dare ornai con ciò l'ultimo im P ulf u P 

Refi dal difperar ver te più miti . 

Cet. 



r E R Z °« 33 
rerco efl=r dei , che acqaifterà pi* lode 
££■ apparenza di pietà che lmf.no 
Tento ofcuri misfatti . Dell altera 
tf-mne dopo ciò fanne a tuo fenno . 
SdWeftnfpargefiè, allora 
tarderà fede predo il volgo, e tutto 
Maldicenza parrà . Vuolfi non meno 
Ben tolto ampia inalza tunerea pompa, 
E con lugubre onor , con finto pianto 
Del tuo nimico celebra la morte : 
Sì per moftrar d'aver cangiato il core, 
Come per pubblicar ciò che ti giova 
ti. Tutto fi faccia; e poiché vuol Medene 
Efièr delufa , fi deluda . Quando 
Saran dappoi fopiti alquanto e queti 
Gli animi, l'arte del regnar mi giovi, 
per mute oblique vie n' andranno a Stige 
V alme più audaci e generuf'e . A i vizi , 
Per cui vigor fi abbatte , ardir fi toglie , 
Il freno allargherò. Lunga clemenza 
Con pompa di pietà farò , che tplenda 
Su i delinquenti; a i gran delitti invito* 
Onde reftino i buoni elpofti , e paghi 
Renda gì' inìqui la licenza ; ed onde 
Poi fra le diftrnggendofi , in crudeli 
Gare private il lor furor fi ftempri . 
Udrai fovente rifonar gli editti, 
E raddoppiar le leggi , che al Sovrano 
Giovan fervate , e trasgredite . Udrai 
Correr minaccia ognor di guerra edema? 

Ond'io n'andrò full' atterrita plebe 

C Sem* 



34 ATTO 
Sempre crefcendo i pefi , e peregrine | 
Milizie introdurrò. Che più? fon gi U(1 
Dov' altro ornai non fa meltier che temi 
Anche da fe ferma i Dominj il tempo,' 
Adr. Certo negar non fi potrà, che nato 
A regnar tu non fia. Quanto col grado ! 
Con la mente altrettanto altrui fovrafti.i 

SCENA ir. 

Fgifto , e detti, 

^'•]? Ce e? fu Re, che i mi feri difendi, 

E che i decreti di clemenza adorni 
Sovra di te verfì per fempre il Cielo 
Letizia e pace, e ogni ridir t'adempia. 
Poi. Il tuo delitto ( fe pur dee delitto 
Dirfi il purgar d'uomini rei la terra) 
Poiché tanto valore in te palefa 
Grazia Teppe scquifhr nel mio penfiero J 
Af/. Qual'fifofleil vigor,che in quell'Iacono 
A mia difefa ufai , finch' io refpiri , 
Sarò pronto ad ufarlo in tua difefa . 
Pc/.Quaì'è il tuonorne?^,. Egifto è il nome mi 
fot Or io vorrei , che di colui, che opprefl 
Cadde fotto 1 tuoi colpi , ancor mi defli 
Pm precifa contezza . ggì. Io già ne dilli 
Quanto ne leppi ; e a ciò che già narrai : 
Wulla aggiunger potrei, m, E pur fi trova \ 
Un n ha notizie affai migliori . Il fatto 1 
Cia vedi, che per me fi approva, e loda*) 

Nuiia : 



7 « E R Z 0 5* 
Nulla hai pi* da «™r: Retare or puoi 
pJ reamente o<ini cola; afìai m ™P°«a 
SS c h' or ti chiedo: dell' uccilo il corpo, 
rhe forfè del torrente altri già traile , 
Ho fprdito > indagar: ma dimmi intanto 
Ciò ch'egli diife , e ciò che feco avea, 
Ciò che toglici tu , ciò che rimafe. 
Adr Si-nor, i' veggio Ifmene , indizio certo 
Che Merope S ' appretta: un sì nojofo 
Contro «fuggi ! e '1 primo impeto fchiva 
Del Aio dolor: lafcia, che a luo piacere 
Con l* uccifor favelli ; onde fcorgeiido 
Che innocente pur fei di quello (angue 
Nuovo motivo d'aborrir tue nozze 
Non le fi deftiin cor . Poi. Ben penu.Adralto, 
Nè fia che tempo a imfeftigar ci mancui. 

SCENA IH- 

Merope , Jpnene , ed Bgtlìo . 

/&.t?Gli è qui folo . Mer. Iniquo ombil.ceffo ! 
^ Offe' eh' Eurifo accorile fa',che indugio 
Non ci frammetta. Egi.O regalDonna,oefempio 
Di virtute , e d'onor, lafcia.ch'w (tempri 
Sulle tue velli in umil bacio il core. 
Quella pietà, che a rea prigion mi tolfe, 
E che nell' ombre di mortai periglio 
Ealenò a ntiy favor , certo fon' io , 
Che da te il moto , e da te prefo ha l lume 
Gli eterni Dei piovami ogngra in feno 
C z Tut- 



^ ATTO 
Tutti i lor doni ; e Te cader Qpmmaì 
Dovefll in caio avvedo , etti la mano 
Porgano a te, qual tu la porgi altrui, 
lo per più non poter, dentro il mio core 
T' ergerò un tempo, in cui finché lofpirt 
Reggerà quefte membra , in qual mi porti 
Strania terra il detti n , la tua memoria , 
E '1 beneficio tuo per me s* onori. 
Ma tu torbida , e in te raccolta afcolti , 
Se pur m' afcolti; nè et' un guardo pure 
Mi degni: ingombrar) forfè alti penfieri 
II regio feno, e intempeftivo io parlo' 
Deh perdona il mio fallo, e foffri ancora 

• f vi \ C l J y ir V °r ra " Preghi- Intera 
La liberta fofpiro: i parrii amati 

Lari tu fola puoi far ch'io riveggia , 

fcd in te fola ogni mia fpeme è polla . 



SCENA 



IV. 



Euri/o , Jfmene , e fletti. 

Ccomi a 'cenni tuoi . Mer. Tofto di lui 
T aflicura.ff«;-.Son prCto.or più ,16 tWe 
»e quello braccio non ci lafcia . EgL Come ! 
b perchè mai fuggir dovrei ? Regina 
*on batta dunque unfol tuo cenno ? imponi i 
Spiegami il tuo voler; che fer pofs' io * 
Voi, ch immobil mi renda ? immobil fono. 
Ch 10 p,e|lu le ginocchia? ecco le piego, 
t-n .oc offra inerme il P « to?cgcotil , p £ tt0( 

Ifm, 



TERZO 37 
f/bt Chi credcria , che fotto un tanto Umile 
"Sembiante tanta iniquità s'afconda? 

Mer Spiega la fafeia , e a un di queftt marmi 
LeVhiamlo sì , che poi fi fcuota invano . _ 

£W.OCiel,che ftravaganza!£»r.Or quà,fpediam C i, 
E per tuo ben non far m>ppur fembiante 
Dl r epugnare , o di far forza . Egi. E credi 
Tu , che qui fermo tuo valor mi tenga ? 
E ch'uom tu fotti da atterrirmi, e trarmi 
In quello modo ? non fe tre tuoi pari 
Stenermi intorno ; gli Orfi alla forelta 
Non ho temuto d' affrontare io folo . 

tur. C iancia a tuo fenno , purch' io qui ti leghi . 

Egi. Mira, colei mi lega : ella mi toglie 
Il mio vigor: il Aio real volere 
Venero, e temo : fuor di ciò , gii cinto 
T' avrei con quelle braccia , e follevato 
T'avrei percoffò al fuol- Mer. Non tacerai 
Temerario? affrettar cerchi il tuo fato? 

Egi. Regina io cedo , io t' ubbidifeo , io fteflo 
Qual ti piace, m'adatto; ha pochi iftanti, 
Ch'io fui per te tratto da* ceppi, ed ecco 
Ch* io ti rendo il tuo don; vieni tu ftellà, 
Stringimi a tuo piacer : tu difciogliefti 
Quefte mifere membra , e tu le annoda . 

Iftìi. Or non cred'io, che dar potette un crollo» 

Mer, Or va, recami un' afta . £^;'.Uii'afta,o forte, 
Qual di me gioco oggi ti prendi? e quale 
Commefib ho mai nuovo delitto? dimmi, 
A qual fine fon' io qui avvinto e ftretto ? 

Mtr. China quegli occhi tradirete a terra. 

C j Ifm* 



5* A T T 0 

^«•EccotuIferroiSwr.Ij'l prulo.e fe t*è in gradai 
GUel prefento alla gola . Mer. A me quel fenjl 
£■£'' Così dunque morir degg' io qual fiera I 
Nei lacci avviluppata? e lènza almeno 
Saperne la cagion ? Mer. Non la fai eh ? 
Perfido moflro ! or odi : la tua morte 
Tia il minor de' tuoi mali ; a branca brano 
Qui lacerarti vo' , fe in un momento 
Tutto non fveli, o fe menrilci; parla, 
Come fcoprillo Polifonie? e come 
Riconofceftil tu >,%/'. Che mai favelli? 
Mer. No,, t' infinger, ladron , che tutto è invano. 
*gt. Reina, m qualche error tua mente è cor/à; 
mna 1 ira ri prego : io ciò che chiedi 
Neppure i.-itedu.Af«- . Empio affatila, tua fcepi 
Dal trarci gli occhi io g ia comincio; ancora 
Noaminlpomli^.O giuftiNumi, e come 
Kjiponder pollo a ciò che non intendo? 
Mer. Che non intendo} Polifonie adunque 
Tu non conopei p^'. Oggi il conobbi ; ogfri 
Due volte gli parlai: s'io mai più il vidi, 
i io di luì feppi mai, l'onnipotente 
^ìove dalle ;ue mani or non mi Alvi . 
//«. Hanno il lor Giove i malandrini ancora > 
<l uel fa "gue innocente e chi t' inrtuff* 
A fparger dunque iBgi. Di colui , che uccifi , 

M abbia? la mia difda, il naturale 1 
Am (r della lua vira, il c afo, il Fato, 
Queftifur, che m'induflero .Mer. O fortuna, 
cosi dunque perir dovea Cresfwne ! 



7" E R Z O ip 

<. - Ma com' etfer può mai , che tanto importi 
*ÌVan vii ladron la m or ce? Afer. Audacia eftrema! 
L vile, tu ladron, tu federato. 

Eterni Dei, ch'io venerai mai Tempre, 
Soccorretemi or voi: voi riguardate 
Con occhi di pietà la mia innocenza . 
XP Dimmi : pria di fyirar quell' infelice 
Che difle ? non ti fe preghiera alcuna ? 
O ìai no mi proferì? non chiamò mai 
Jìerape? fi^i. lo non udii da lui parola . 
Ma il Re puf anco di coftui chiede» ; 
Che mais' ifcoode qm ? Bar. Donna , tu perdi 
Il tempo , e la vendetta : in quefto loco 
Pi legger può arrivar chi ti fraftorni. 
Mer. Mon dunque il crudele. Bgi. O cara madre , 
Se in quefto punto mi vedeffi ! Mtr.lhi madre? 
tgu Chegran dolor fia il tuo!Afcr.Barbaro!madre 
Fui ben' anch'io, e fol per tua cagione 
Or noi fon più : queft' è ciò che ti perde; 
Mirrai fiero ladron. Egi.Va tal Maflènia » 
Mei dille il padre mio , eh 1 io mi guardata 
Dal por giammai nella Mefleiua d p^de . 
j£r. Nella Meflenia ? e perchè maiìBgi. Bifogna 
Credere ai vecchi. Mer. Di', come fi noma , 
11 Padre tuo? di'tofto* Egu V infelice 
Chiamafi Polidoro . Mer. Polidoro ! 
Dal capo ai pie m* è corfo un gelo, turilo, 
Che iftupidita m' ha ; dimmi , garzone , 
Quatoha..//i».Ecco le guardie,ecco il Tirano. 
Mer. O ftelle avverfe ! fuggi Eurifojfugg» 
%^ ancora Ifeiene : io nulla curo» 

C 4 s L b " 



4* ATTO 

SCENA V. 

Polifonte , Mei opc , Egifto . 

O Re , mira qua] trattanti - in tua Corte 
Color, che affo Ivi tu : qui ftre trame n te 
Legato m'hanno a trucidarmi accinti 
Per quella colpa, che non è più colpa, 
Poiché l'approvi tu che regni , e grazia 
Poiché appo te feppe acquifere, e lodo . 
Itoti Egli V approva , e loda ? e moftrò primi 

D infuriarne tanto ; ah fui delufà . 
Por. Colui fi fciolga . àgi, O giufto Re , la vita 
Dolce mi fia fpender perete d'ognora. 
Sì gran periglio a' giorni miei non cedi* 
Ma fe vivo mi vuoi , tuo regio manto 
Dal furor di cortei mi faccia fchermo. 
Poi. Vanne , e nulla temer : mortai delitto 
V or innanzi àrà recarti offe/i. 
Premio attendi.e non pena : hai fatto un colpo 
Che fra gli Eroi t* innalza , e 'I tuo misfatti 
Le imprefe altrui più celebrate avanza. 
M< K Che dubitar ? mifera , ed io da un nome 
Trattener mi lafciai ; quali un tal nome 
Altri aver non poteflé . Egi. Or dell' avveri» 
botte ringrazio i colpi , fe i[ m i 0 pmo 
Jo fol per effi aflicurar dovea 
Della grazia real col forte usbergo . 



SCEr 



TERZO 



4» 



SCENA VI. 
f olifante , e Merope . 

Po! \/f Erope,omai troppo t' arroghi : Adunque, 
" JV1 S' a me l'avviò non correa veloce. 
Cader vedeafi trucidato a terra 
Chi fu per me fatto ficuro? adunque 
Veder doveafi in quefta Reggia avvinto 
Fer altrui man, chi per la mia fu fciolto? 
Quel nome, ch'io di Spofc mia ti diedi, 
Troppo ti da baldanza , e troppo a torto 
In mia ofFefa sì tofto armi i miei doni. 

Mn. A te , che regni , e che pretta r pur dei 
Sempre ad Aftrea vendicatrice il braccio, 
Spiacer già non dovria, che d'ira armata 
Sovra un' empio ladron feenda la pena . 

Poi. Quanto inftabil tu fei ! non fe' tu quella, 
Che poco fa falvo lo volle? or come 
In un momento fe' cangiata? forfè 
Sol d'impugnare il mio piacer t' aggrada? 
Se vedi, ch'io il condanni, e tu l' a libivi; 
Se vedi , ch'io l'aflblva, e tu il condanni. 

)Mer. To non fapeva allor, quant'egli è reo. 

Poi. Ed io feppi ora fol , quanto è innocente. 

Mcr. Pria mi donafti la fua vita; adeflb 
Donami la l'uà morte . Poi. Iniqno fora 
Grazia annullar a Merope concefTa-. 
Ma perchè in ciò t'affanni sì? qua! parte 
Vi prendi tu? di vendicar quel làngue , 

Che 



4i ATTo 

Che mai s'afpetca a te? del tuo Cresfonte 
Elfo al cerco non fu, ch'ei già bambino 
Morì nelle tue braccia, e della fuga 
Al difagio non rette. Mar. Ah fcellento, 
Tu mi dileggi ancorai or pia non fingi, 
Ti fcopri alfin : forfè il piacer tu fperi 
33 i vedermi ora qui morir di duolo ? 
Ma non l'avrai : vinto è il dolor dall'ira* 
Sì , che vivrò per vendicarmi ; ornai 
Nulla ho più da temer: correr le vie 
Saprò le vefti lacerando, e '1 crine, 
E co' gridi, e col pianto il popol tutto 
Infiammare a furiar, ipingere all'armi . 
Chi vi farà » che non mi lègua ? all'empia 
Tua magion mi vedrai con mille faci; 
Arderò, fpianterò le mura, i retti, 
Svenerò i tuoi pia cari , entro il tuo fìngile j 
Sazierò il mio furor; quanto contenta, 
Quanto lieta farò nel rimirarti 
Sbranato , e fparfo ! ah,che dich' io ! che perno! 
Io farò allor contenta? io farò lieta? 
Mifera, tutto quello il figlio mio 
Riviver non farà . Tutto ciò allora 
Far fi dovea , che per cui farlo v'era : 
Or che più giova? ohimè , chi provò mai 
Sì fatte angoice ? io '1 mio Conforte amato , 
Io due teneri figli a viva forza 
Strappar mi viddi, e trucidar. Un folo 
JRiraafo m' era appena , io per camparlo 
Md divelfi dal fcn , mandandol lungi, 
Lato, e '1 piacer non ebbi. di vederi» 



r E R Z O 45 

Wnr crefcendo, e i faneiullefchi giochi 
Sx rigirarne. Vifiì ognora in piana 
Knpre pendolo innanzi in quel vezzo!» 
Smbiante , eh' egli avea , quando al mio ferve 
11 norfi = quante lagrimate notti ! 
rinatili amari Colpir ! quanto difio! 

Q. uan r ■ ' alfine- e °ii fi ordiva 

Pur crefciuco era ainne, e 

ni porlo in Trono, e già pareami ognora 

tv irgli infegnando qual regnar iolea 

Il fuo buon genitor: ma nel mio core, 

Mifera, io dettila infin gli avea 

La Spofa : ed ecco un' improvvifo colpo 

Di fanguhofa ineforabil morte 

Me l'invola per tempre; e lenza eh io 

Pur' una volta il vegga , e fcaza almeno 

Poterne aver le teneri: trafitto, 

Lacerato, infepolto, ai pefei in preda , 

Qual vii bifolco da torre n ce opprelio 

Po// Non cetre , o lire mi far mai sì grate 
Quant'ora il flebil fuon di quelli lai, 
Che del fpento rivai fan certa fede . 
Me*. Ma perchè dunque , o Dei , lavarlo allora 
Perchè finora conièrvarlo? ahi latta, 
Perche tanto nodrir la mia fperanza? 
Che non farlo perir ne' di fatali 
Della noltra mina , allora quando 
Il dolor della fu a col gran dolore 
Di tante morti fi farla confufo ? 
Ma voi ftudiate crudeltà ; pur ora ^ 
Sul traditor fletti con V atta , e voi 
Mi confundefte i fenfi. , ond'io rimali 

Qua- 



44 ATTO 

Quali fanciulla : mi il niega ancora 
L'infelice piacer d'una vendetta j 
Cieli, che mai fec'io?ma tu che tutto 
Mi toglierti , la vita ancor mi la/èi ? 
Perchè Ce godi sì del lingue , il mio 
Ricufì ancor? per mio tormento adunque 
Vedremti infiuo diventar pietofo? 
Tal già non folli Col mio figlio. O ftelle ! 
Se del Soglio temevi, in monti, e in felve 
A menar tra' pafton ofcuri giorni 
Chi ti vietava il condannarlo ? io paga 
A baftanza farei, fui eh' ci vivefle 
Che m'importava del regnar? crudele 
Tientì il tuo regno, e 'f figlio mio mi rendi. 

Poi, Il pianto femminil non ha irufura- 
Cella Merope ornai : le noftre nozze ' 
Riftoreran la perdita; e in brev'ora 
Tutti i tuoi mali copnran d'oblìo. 

Mer. Nel fempiterno oblìo fa prò ben torto 
Portargli io fteffa ; ma una grazia fola 
Donami o G 10 ve : fa'ch'iu non vi giunga 
Ombra affatto denfa, e invendicata. 



4f 

ATTO QUARTO. 

SCENA PRIMA 

Adritp , I/mene . 

Adi: Ttf fomma tuttofi riftringe in quefto 
1 Che Ce diman non cangerà penderò, 
E fe pronta a feguìr la regia voglia 
Non moftrerafli , tutti i fuoi più cari , 
Tutti gli antichi amici a me ben,- noti 
Saranle a forza ftrafcinati innanzi , 
E ad uno ad uno fotto gli occhi fuoi 
Santi {Venati. Queft' è ciò, che imporlo 
Ha il Re, eh' io a te , e che tu pufeiaa lei 
Senz' -'Uro rechi . Ifm. O ferità inaudita ! 
O non più intefi di barbarie eietnpi ! 

Adr. Non fi dolga del mal chi '1 ben ricufa . 

lfn. Ahi quefto è un ben, che tutti 1 mali avanza. 

Adr. Il vano immaginar fa inganno ai fenfi, 
E d'ogn'alco gioir fa far dolore . 

Ifm. Gioir ti fembra il foffrir nozze in tempo 
Che tutto ciò , che vede , e ciò che afcolta 
Non le defta nel feno altro che pianto? 

Adr. Dileicosìhandifpoftoil Cielo, e '1 Fato 

Ifm. Il Ciel l* ha abbandonata , e '1 Fato opprefla. 

Àdr. Quanto palsò, taccia una volta ,e oblii. 

Ifm. Può ben tacere , ma obliar non puote , 
Che '1 fiieazio è in fua man, ma non 1' oblìo.' 

Adr. 



4* ATTO 
Adr. Di fe fi dolga chi al peggior s' appi^jj! 
Ifm. Nulla è peggio per lei del Re crudele j 
Adr, Crudel chi le offre onor, gioia , e dilerfl 
Ifm. Diletto amaro a chi col cor ripugna . 
Àdr, Perchè ripugna a ciò , ch'ogn'altra bramai 
Ifm. Ella brama piuttofto e itrazio , e morte! 
Adr, Sì fe non folle morce altro che un nome] 
Ifm. La virtù di cortei tu non con ole i . 
Adr. Dunque fe di virtù cotanto abbonda, I 
Facciali una virtù conferme al tempo . 
Già per difporfi ella non ha che quella 
Ornai dirtela notte : fe tu 1' ami , 
Qual muftri.fa.che il fuo miglior dilcerna, 
E che i f ìoi fidi non efponga a morte . 
Pazzo è *1 nocchier , che non feconda il vento, 

SCENA II. 

lfmene , poi Egifto . 

Ifm. T^Eh qua' fine avrà mai l' amaro gioco, 
*^ Che di queir infelice la fortuna 
Si va prendendo ? di veder già parmi , 
Che fiam giunti a quel punto, ov' ella ornai i 
Contro Ce fteflà lue minacce adempia , 
Funeftandoci or' or col proprio fàngue 
E gli occhi , e '1 core : o lagrimevol forte ! „ 

Egi. Deh, le t'arrida il Ciel, leggiadra figlia J 
Dimmi, ti priego; chiude ancor ■sì atruce J 
Merope conrra me nel cor lo sdegno ? 
Lungo efier fiiole in regio cor lo "sdegno. 

Ed 



V A n T O 47 

Ed io rie temo si , eh' ogni momento 
Mi par d'averla con queir afta al fianco , 
E queft* ora notturna , in cui ripofo 
penlo, che prenda , m' aflìcura appena, 

jfflf. Sgombra il timor; vano timor ,che troppo 
Fa torco a lui , che regna , a te fa feudo . 

Egi, Ciò mi rincora sì ; ma per mia pace , 
Impetrami da lei , figlia cortefe , 
Pi qua t'errar non lo, ma pur, perdono . 

jfia. Uopo di ciò non hai; perchè il furore, 
Contra di te dentro il fuo cor già accefo , 
Per le lì dileguò . Egi. Grazia a gli Dei . 
Ma di tanto furor , di tanto affanno 
Qual'ebbe mai caffion? dai tronchi accenti 
To raccoglier non leppi il fuo folpetto : 
Certo Wgombrolla error , e per un vile 
Ladron lelvajrnio invan fi cruccia . I finii tutto 
Scoprirti io non ricufo ; ma egli è d' uopo, 
Che qui t' arrefti per brev' ora : urgente 
Cura or michiama altrove .Egi. Io volentieri 
T'attendo quanto vuoi . Ifm. Ma non partire , 
E non far poi , ch'io qua ritorni indarno. 

Egi. Mia fè do in pegno , e dove gir dovrei? 
Per con fumar la notte , e alcun riftoro 
Per dar col fonno al travagliato fianco, 
E agli afflitti penfieri, io miglior loco_ 
Di queft' atrio non ho , dove adagiarmi 
Cercherò in alcun modo, e dove almeno 
Dal freddo della Luna umido raggio 
Sarò difefo . Ifm. Io dunque a te fra poco 
Fare ritorno. 

SC E- 



4 T r 0 



SCENA [tlli 

Egip . 

O Di perigli piene, 

0 di cure , e d* affanni ingombre e cinte 
Caie dei Re ! mio partorii ricetto , 
Mio paterno tugurio, e dove fei? 
Che viver dolce in fulitaria parte, 
Godendo in pace il puro aperto Cielo , 
E della terra le natie ricchezze! 
Che dolci fónni al lufurrar del vento » 
E qual piacer forger col giorno , e tutte 
Con lieta caccia affaticar le felve, 
Poi ritornando nel partir del Sole 
Ai Genitor, che ti fi fanno incontra, 
Moftrar la preda, e raccontare i cafi, 
E defcrivere i colpi ! Ivi non sdegno, 
Non timor , non invidia, ivi non giunge 
D'affannofi pender tormento, o brama 
Di deminio, e d'onor. Folle configli» 
Fu ben* il mio, che tanto ben tafciai 
Per gir vagando : o paftoral ricetto , 
O paterno tugurio, e dove fei? 
Ma in quello acerbo di fu tanta , e tale 
La fatica del piè , del cor l'affanno, 
Che da ftanchezza eftrema ornai fon vinto. 
Ben' opportuni fon, febben di marmo, 
Quefti Tedili : q quanto or caro il mio 

Let? 



QUARTO 49 
i etticciuol mi (ària ! che lungo fonilo 
Vi prenderei! quanto è foave il forino! 

SCENA IV. 
Euri fi, Polidoro. 

tur. tfCcoti , o peregrin , qual tu chiederti 
' Nel palagio real : per quefte pone 
Alle fianze fi parta , ove chi regge 
Suol far dimora ; penetrar più oltre 
A re non lice. Ma perchè dagli occhi 
Cader ti veggio in fu le guance il pianto ? 

pel. O figlio, fe fapeflì , quante dolci 
Memorie in feno risvegliar mi fento ! 
Io vidi un tempo , io vidi quella Corte , 
E riconofco il loco : anche in quel tempo 
Cosi foleafi illuminar la nane . 
Ma allor non era io già qual' or mi vedi . 
Fioria la guancia , e per vigore , o fofle 
Nel corfo , o m afnra lotta , al più robufto 
Al più leggier non la cedea : ma il tempo 
Pafia , e non torna . Or'io della benigna 
Scorta, che fatta m' hai, quante più poflb 
Grazie ci rendo . Eur. All'ai più volontieri 
Nelle mie cafe io t'averei condotto, 
Perchè quivi le membra tue, cui rende 
L' età più del cammino afflitte e laffe , 
Riftorar fi poteflero . Poi. Io ti priego 
Di qui lafciarmi.E non vuoi tu, ch'io fappia 
Di chi mi fa così cortefe il nome? 

P Eur. 



5» ATTO 

B»r. Enrifo di N T kandro. Poi. Di NìcandJ 
Ch'abitava fui colle? e che sì caro 
Era al buon Re Cresfonte ? Eur. Per l' appug 
Poi. Viv' egli ancora ? Eur. Ei chiule il giorni 
•Po/.O quanto me ne duol! Egli era umano,(ftrcM 
E liberal; quando appariva, tutti 
Faceangli onor . lo mi ricordo ancora 
Di quando ei fefleggiò con bella pompa 
Le iue nozze con Silvia, ch'era figlia 
D'Olimpio, e di Glicon , fratel d'Imparo 
Tu dunque lei quel fanciullin, che in Con 
Silvia condur folea quali per pompa : 
Panni Caler' ieri. Oh quanto liete predi ,| 
Quanto mai v' affrettate , o giovinetti, 
A larvi adulti, ed a gridar tacendo, 
Che ftuidiam loco ! Eur. La contezza , amico! 
Che tu mtiftri de' miei, maggior delio 
RllVéglia in me d'eil'erti grato . Io dunquj 
Ti priego ancor , che tu d'ogni mia cofi 
Per mio piacere, a tuo piacer ti vaglia. ] 
Poi. Altro per or da te non bramo, turilo I 
Se non che tu mi laici occulto, e nulla 
Con chicchelfia dime ragioni. Eur. In quefl 
AgevoI cola è il compiacerti. Addio. 



S CE- 



QUARTO 51 

SCENA V. 

Polidoro, ed EgiftOr che dorme, 

•nEn mia ventura fu 1' eflermi in qwlto 
D Uom cortefc avvenuto , il qiwl disdetto 
Non m'ha di qua condurmi anche in tal ora : 
Poiché da quel eh' efTer iblea , mi fembra 
Quella Città cangiata sì, che quali 
lu non mi rinveniva , Ottimo ancora 
Configlio fu , cred' io , 1' entrar notturno , 
E inoflervato ; che in men nohil parte 
Pria celerommi; e benché a pochi noto» 
Ed a niun forfè fofpetto , pure 
Più cauto fia nelle regali ftanze 
Entrar poi di uafcofto . Or qui ben pollo 
Prender frattanto alcun ripofo- I" veggio 
Un fervo là , che dorme : Quella vette 
Strano rifatto in' ha dettato al core . 
Delio mi viene di vedergli il volto , 
CU* ci fi copre col braccio ; ma udir parmi 
Gente ch'appreflà; quella porta s'apre , 
Convien , eh' 10 mi naìé-onda . 



SC E- 



A T T O 

scena vi. 

Jfmene , )>o/ Merope cea una Jcure. 



Olii illinniiD <5t-l- 



r - - r - — > ( veg'So-J 

Qui dunque attendi . Affé eh' io più nojj 
Ben' invano foerai, the tener tede 
E» mi dovette: e forfè ancor più invano 
Mi lufingava , che sì feiocco ei fuffe 
Di lafciarfi condur là dentro. Or dove 
Cercar fi poflà , i' non faprei : ma taci , 
Ifinene » eccol lepolto in alto fonno . 
E/ci, Regina, efei fenz' altro; ei dorme 
Profondamente.yWf /.Ed in qual parte?//?/;. Mira 
Vedi , fe in miglior guifa , e più a tuo felino 
U « poteva prelèntar fortuna . 
Mer. E* vero ; i giuftì Deil' han tratto al varco. 
Ombra cara , infelice , e fino ad ora 
Invendicata del mio figlio uccilb, 
Queft' olocaufto accetta . e quello fangue 
Prendi, che per placarti a terra io fpargo. 

scena vii, 

Polidoro, e detti. 

Poi. pFrma Reina ; ohimè , ferma ti dico. 
Mer. Qualtemeranol^ODei.ODeifoccorfo: 

Pur ancor quefta furia . Mer. Sì sì fuggi . 
Poi. Tandla,ohttne, c'accheta . Mer. Fuggi pure 

Per 



QUARTO. si 
Per quella volta ancor: da quelle mani 
Non Tempre l'uggirai, nò , fe credefli 
Di trucidarti a Polifonie in braccio. 
p o[ O Dei, che non m' afcolti? Mer. Ma tu pazzo, 
Tu pagherai....la tua canizie il colpo 
M'arrefta; e qual delirio? e quale ardire ? 
voi Dunque più non coiiofci Polidoro ? Mer.Che? 
Poi Si, t' accheta ; ecco il tuo fervo antico; 
Óuenli fon' io, e quei, che uccider vuoi, 
Quegli è Creslote,è 't figlio tuo.jW^.Chelvive? 
fol. Se" vive ! noi vederti? non vivrebbe 
Già più,s'io qui nonera.Afr.Ohimè!Pfl/.Softi51a 
Sollienla, o figlia , l'allegrezza eftrema, 
E l'improvifo cangiamento al core 
Gli fpirti invola : rollo ulà , fe l' hai , 
Alcun fogo vital; or ben t'adopri. 
Quanto ringrazio i Dei, che a sì grand' uopo 
Traflermi, e fer, ch'io difFerir non volli 
Pur' un momento a entrarquà dentroloh quale, 
S io qui non era , empio ,inaudito , atroce 
Spettacolo ! Jfm. Son' io tanto confufi 
Fra l' allegrezza , e lo llupor, che quafi 
Non fo quel ch'io mi faccia . O mia Reina, 
Toma, fa' core, ora è di viver tempo. 
Poi. Vedi , che già li muove , or fi rifcuofe . 
Mer. Dove? dove fon' io? fogno? vaneggio? 
I/m. Nè fogni, nè vaneggi: eccoti innanzi 
Il fedel Polidor, che t'aflìcura 
Del figlio tuo, non vivo fol, ma fano» 
Leggiadro , forte , e pollo dir prefente * 
JWer. Mi deludete voi ? lèi veramente 

D 3 Tu 



*4 ATTO 

Tu Polidoro? Poi. Guarda pur, rimira ; 
Poflibile, che ai.cor non ini ravvili , 
Sebben di quelle faci al dubbio lume? 
A te venuto er'io, perchè in più parti 
A cercar di Ceesfunte, e perchè i tnVme - M 
Mer, Sì che Te' dello ; sì eh' io ti ravvilo , .1 
Benché invecchiato di molto. fW. Ma, il reiripJ 
Non perdona . Mer. E ni' accertigli' è il mijjjl 

Quel giovinetto ? e non t' inganni ? Po/, Come 
Ingannarmi? pur' or là addietro ftando, 
Del fuo fenicia n te , che da quella parte 
Tuttojo Icoprin/jziati ho gli occhi . Or quale! 
Impeto sfortunato, e qual dettino 
T'accecava la mente ? Mer. O caro fervo, I 
Empia faceaini la pietà: del figlio 
Il figlio fteflb io l'uccilbr credea . 
S'accoppi.!r cento cofe ad ingannarmi; 
E Panel, ch'io ti diedi, ad un garzone 
Da^ lui trafitto , altri all'eri per certo 
CIP eirapito P averle . Poi. Ei da me P ebbe, 
Benché con orditi d' occultarlo . Mer. O lidie ! 
E farà ver, che il fo/'pirato tanto, 
Che il sì bramato mio Cresfonte alfine 
Sia in Mefiéne? e ch'io fu La più felice 
Donna del Mondo } Poi. Tu di tenerezza 
Fai lagnmar me ancora .O l'acri nodi 
Del fangue, e di natura! quanto forti 
Voi fiete , e quanto il noftro core è frale ♦ 
Mer Q cielo! ed io ftrinfi due volte il ferro ,1 
ti 4 colpu librai; vigere mie « 

Due 



O U A R T 0 55 

« „ vn itr~p»ii aijr ' ^°?"\ aata 

Vne ft„ rifchio.- nel penarlo tutta 

, M VTn cosi tai avvenimenti uom forfè 
^ vide i l favole*?™ ^ fcene . 
^lie aT pi-oli eterni Dei .che tanta 
Atrocità non confentiro , e lede, 

C S triforme ..te, che tutto or muri 
S b el erro largendo argenteo lume. 
Ma dov' e'I figlio mio? da quella parte 

gelido corfe'ov è fi fia, trovarlo 
Saprò ben' io: mia cara Iimene , i credo , 
Che morrò di dolcezza In abbracciarlo, 
In firmarlo , in baciarlo . Poi. Ove ter .curri? 
*,r. Perchè m'arrefti?P«*Sta.Af^Xalaa.J»^ V.- 
Nun ti fowieni tu , eh' entro IhRegW ( neggi - 
Di Polifonie or fei? che fei fra mezzo 
A' fuoi cuftodi , ed a' fuoi fervi? un folo, 
Che col carzon ti veggia in tenerezza . 
Dimmi, non (iam perduti ? in maggior rifchio 
E i non fu mai, nè ci fu mai meftiert 
Di piò cautela. Dominar conviene 
I n roF i affetti; e chi non la por freno 
A quei defir, che quafi venti ognora 
Van dibattendo il noftro cor , non fperi 
D' incontrar , finché vive , altro che pianto. 
Non lòl dall' abbracciarlo , ma guardarti 
Con «tran cura tu dei dal fol vederlo : 
Perchè il materno amor V arguì rompendo 
Non tradifea il ferrerò, ed in un punto 
Di tant'anui il lavor non getti a terra . 

D 4 Ma 



ir A T r 0 

Ma perch'ci fappia contener/!, io torto 
£ «ler f uo /coprirgli, e d'ogni colà 
frollo brutto. Co'tuoi fidi poi 
ierrem configlio, e con maturo ingoio , 
Siftudierà far Recare il colpo, 
iutto s'ottien quando prudenza ò «uiihÀ 
rer altro affai (ovente i gravi affari 
Osa gran fudor per lurida età condotti 
Veggiam precipitar fui fine ; e /ài , 
£on fi lodan le imprefe , che dal fine: 
£ lebben molto e molto avefiè fatto, 

Quel W 1o Pol.dor./V. Non tutti 1 mali 
Wclnezza ha feco : che refendo in calma 
fllk procelle degli affetti il core, 
&e gli occhi fofchi ron, c h,ara è la mente, 
^^^.Hp^fermo.è'lconfigl.o. j 

Poi. Quanto altri nm. Mer. Ha egli cor ? Poi. 

ikÉic i - ( Se ha core ? 

M«er colui , che farne prova irdifle . 
tra luo fcherzo il travagliar le fèlve , 
f 1 guerreggiar le più luperhe fere, 
in i cento incontri e cento io mai non vidi 

Indocile e feroce . Poi. Nufla meno . 

ver noi, eh' egli credea fu 0 i Tenitori 
Ji« nianfueto non fi vide : 0 quante ' 
« quante volte in ubbidir sì pronto 
Porgendolo , e 5Ì .mil meco, penftndo, 

Ch' 



QUARTO 57 
rh' ecH era p ure ^ mioSignor.il pianto 
Mi venia fino agli occhi, e in' era forza 
Appartarmi bentofto, ed in Te- greto 
Sfocare a pieno il cor, laiciando aperto 
Alle lagrime il corto ! Mf r. O me beata ! 
Kon ca'pe entro il mio core il mio contento. 
£ ben eli tutto ciò veduto ho fegni; 
Che sì umil favellar, sì dolci modi 
Meco e^li usò » che nu,la P iù: ma q uail<io 
Altri afferrar lo volle , oh le veduto 
L' avefli ! ei fi rivolle qual Leone ; 
E febben celie al mio comando , ei cene 
Quafi nialhn , cui minacciando è ibpra 
Con dura verga il fuo fignor , che i denti 
Moftra , e raffrena , e in ubbidir feroce 
S'abbatta , e ringhia , e in un s' umilia , e freme. 
0 deftino cortefe, iq ti perdono 
Quanti mai fur tutti i miei guai : fol forfè 
perdonar non ti fo , eh' or' io non pofla 
Stringerlo a mio piacer, mirarlo, udirlo . 
Ma quale , o mio fedel , qual potrò io 
Darti giammai merce , che i metti agguagli? 
Poi. Il mio ftelfo fervir fu premio ; ed ora 
M' è il vederti contenta ampia mercede . 
Che vuoi tu darmi? io nulla bramo: caro 
Sol mi faria ciò , eh 1 altri dar non puote . 
Che icemato mi fofTe il grave incarco 
Degli anni , che mi fta fui capo, e a terra 
11 curva, e preme sì , che parmi un monte. 
Tutto l'oro del mondo, e tutti i regni 
Darei per giovinezza . Mcr. Giovinezza 

Ter 



SS ATTO 
Per certo è un fommu hen.Pol. Ma quello b e J 
Chi 1' ha , nul rien , che mentre l' ha , lu porJJ 
Mer. Or vien , che fimi laflb, e di risolo ] 
Sommo bilbgno avrai. Poi. M'c interventi 
Qual fu^le al cacciator ,che alfm del gu )rnQ 
Si regge appena , e appena oltre fi lpin.r e . j 
Ma (e a forte sbucar vede una fera 
Donde meno il credeva , agile , e pronto ■ 
Lo fcorgi ancora ; e de' Tuoi lungi errori ^ 
Non (ente i danni, e la franchezza oblia , 
Pur t'ubbiiUfco, e feguo : quella fcure 
Qui lafciar non fi vuol . Mer, Renchè in ball» 
Del fuo fatai nimico or fia Cresfonte , 
Attritrnrmi non fo, remer non pony: 
Che prefervato non l'avrebbe in tanti 
E sì Urani perigli ii fommo Giove, 
Se CUftocUf poi noi volefle ancora 
In avvenir. PW. Facciam , facciam noi pure 
Quanto per noi fi dee : che 1' avvenire 
Caligin denlà , e impenetrabil notte 
Sempre circonda, e l'hanno in mano i Dei. 



AT- 



ATTO QUINTO. 

SCENA PRIMA* 

Egifto , e Polidoro . 

Egi- Adre non più , non più ; che fc creduto 
X Avefli iu ma idi tal recarti aftanno , 
Morto farci, prima che por giammai 
Fuor della foglia il piè . Fra pochi giorni 
lo ritornar penfai; ma ftrani tanto, 
Come pur' ora i' ti narrava , e tanto 
Acerbi i cafi fono, in che m'avvenni, 
Ch'ebbi abbaftanza nell' error la pena . 
poi. Ma così va chi a fenno fuo fi regge . 
Egi Tu mai più declinar da' tuoi voleri 
Non mi vedrai; e poiché fatto ha '1 Cielo, 
Che qui mi trovi , io ti prometto ogn arce 
Ben tofto ufar, perchè mi fia concedo 
Partirmi , e tornar te co al fuol natio , _ 
Poi. S'ami il tao fuol natio, partir non de» 
Egi. Vuoi , che lafci in dolor la madre antica ? 
Poh La madre tua qui ti defit . Egi. Qui , folle 
Perch'ora ho il padre appretto? Poi. Anzi la ma- 
Hai prefiche il padre troppo lugi.fi? .Come?(dre 
Che di' tu mai? qui tra le fauci a morte 
Sempre farò : Vuol Merope il mio (lingue . 
Poi. Anzi ella il fangue fuo per te darebbe . 
Egi. Se già due voice trucidar w volle? 
• ° Poi. 



ATTO 
Poi. Odici pareva , ed era eftrema amore . 



Egt. Me n' accorgeva io ben , fe il Re non M 
Poi. Ma non t' accorgi ancor, eh' ei vuoiti cfhnjj 
Se dall'altrui furore ei mi difefe ! 



Poi, Amor parea , ed odio era mortale ,. 
Egi. Padre, che parli? quai viluppi, e quali] 
Nuovi enigmi fon quelli ? Poi. 0 figlio nùòM 
O non più figlio ! è giunto il tempo omaijl 
Che l'enigma fi fcioglia , il ver fi fveli.l 
Già t' ha condotto il Fato , ove non puoi! 
Senza tuo rifehio ignorar più te fteffo. 
Perciò nel primo bianche^iar del giorno I 
A ricercarti io venni: aitò fegreto 
Scoprirti deggio alfin . Egi.Tu mi fòfoendi 
L'animo sì , che il cor mi balza in petto jl 
Poi. Sappi, che tu non fe' chi credi: tòppi,! 
Ctt' io tuo padre non fon , tuo fervo i' (uno i 
Nè tu d' un fervo , ma di Re lei figlio . 
Egt. Padre , mi beffi tu ? fcherzi ? o ti pVendi 
Gioco ? Poi. Non fcherzo ^o , chenon è qutfia 
Materia, o tempo da fcherzar: richiama 
Tutti i tuoi fpirti, e afcolta . Il nome tuo] 
Non Egitto, è Cresfonte . Udifti mai, 
Che Cresfonte già Re di quella terra 
Ebbe tre figli ? Ègi Udiilo , e come uccifi 
Far pargoletti . Po}. Non già tutti uccifi 
Fur pargoletti, poiché il terzo d'elfi 
Se'tu.£^/.Deh che mai narri! J>o/.Il ver ti narro- < 
Tu di quel Re fei figlio • all' empie m3ni \ 
vi Polifonte Merope tua Madre 
Ti fottrafle , ed a me fny fido icrvp 

Ti 



O V 1 & T °> 6t 
Tidiè, ptrch'io là ri nudriffi occulto. 
J vendetta t. ferbafli.e al regno 
Son fuor di me per meraviglia e m furie 

*&i ftu s 'wcreda,ono.Po/. creder mi dei, 
?t quanto dico, il giuro , e quella gemma 
fSmma regal ) Mcrope a me già diede, 
Sr fremo or ti volea , perch altri a torco 
L aflèrl.che rapita altrui l'avevi, 
E l'omicida in te di ce cercava. _ 

pi Ora intendo: o gran Giove: ed e par vero 
Che m ; trasformo in un momento , e eh io 
Piò non fon' io ? d' un Re fon figlia ? h dunque 
Mio quefto regno , io fon l'erede . Pei. E vero; 

. s' afretta il regno a te , fe' tu l' erede : 
Ma quato.e quanco....£.In quefte vene aduque 
Scorre il fangue d' Alcide . O come io lento 
Farmi di me maggior ! ah fe tu quefto, 
Se quefto fol tu mi (coprivi , io gli anni 
Già non lafciava in ozio vii frmmerfi: 
Grideria forfè già fama il mio nome ; 
E ravviando ornai 1' Erculee prove , _ 
Forfè i Mefleni avrian mi accolto, e infranto 
Avnano già del rio Tiranno il giogo - 
Y mi fentia ben io dentro il mio petto 
Un non fo qual , non ben' incelò ardore, 
Che fpronava i penfier, né iàpea dove. 
Poi. E perciò appunto a te celar te fteflb 
Doyeafi; il tuo valor feopriati all' armi 
Di Polifonte, e t'efponea all'inique 
Sue varie frodici. In quefto frolo adunque 
Fu di mio padre il fangue fparfo ; in quefte 

GÌ 



$t ATTO 
Gl'innocenti fratelli. ... e quel ribaldo 1 
Pur' anco regna ? e va fuperbo ancora 
Del non fuo fcettro ? ah fia per yazo , iu q^j 
A procacciarmi un ferro ; immerger tutto! 
Gliel vo'nel petto , qui framezzo a tutti \ 
I fuoi cuftodi: i'vo', che ciò fenz'altro ,| 
Segna, del reflo avranne cara il Cielo. I 
Poi. Ferma . Eg. Che vuoi ? Poi. Dove ne vni?£j 
Poi. O cieca gioventù ! dove ti guida (Mi lafl 
Sconfìgliato furor ? Egi. Perchè t' affanni ? < 
Poi. La morte.,^. Altrui la porto. Poi. Atel'J 

( ^* ret w 

2$fr". Laicismi alfìn . Poi. Deh figlio mio.che /ìgjj 
Sempre ti chiamerò, vedimi a terra : 
Per quello bianco crin , per quelle bracca 
Con cui ti ftrhfi tante volte al petto, I 
Se nulla appretto te l'amor, Ce nulla 
Ponno impetrar le lagrime , raffrena 
Coteflo infano ardir: pietà ti muova 
Della madre , del regno, e di te {teffo. ' 

Egi. Padre, che padre ben mi fofli, forgi, A 
Sorgi ti priego , e taci ; io vo' che tempre] 
Tal mi veggia per te qual mi vederti. ] 
Ma non vuoi tu , eh' ornai m' armi a vendetta? 

Poi. Sì voglio ; a quello fin tutto finora 
S'è fatto; ma le grandi, ed ardue imprefc 
Non precipizi.), non furor, le guida 
Solo a buon fin faper , fenno .cordìglio : 
Diffimular , antiveder , foffrire 
I giovani non fanno: io moftrerottì, 
Come t* abbi a condur ; aia creder dei 

Che 



QUIETO 61 
rhr mi credea tuo pad»* ancora , e i iàggi 
2? i confiHier non difprezzaron mai 
I,tio p" ^re : eppur quali ucm.n furo ! 
Non ci Jon più di quelle menti . Eg.E credi 
Tu che fe quefto popolo icorgefle 
L' 0 4iato ufurpator morder la terra, 
£ che 5 ' io mifcopriffi, entro ogni core 
Non pugnane per me l'antica fede? 
voi Oual federo figlio, or »6 fon più quei tempi ; 
A tempo mio ben fi vedea , ma ora # 
Troppo intridilo è M mondo , e troppo iniqui 
Gl'uomin fon fatti: io mi ricordo, e voglio 
Narrarlo; erafi....E^. Taci,efce il Tiranno. 
pe/.Fuggiam, ci occulteremo dietro a quelle 
Colonne • 

SCENA II. 

PoUfonte, e Adrafto . 

Po!. nrV m' affretti affai per tempo ; _ 
A ììcn follecitofei.Afr.Gii tutto è m puto. 
Coronati di fior le corna aurate _ 
Staonofi i tori al Tempio : Arabi fumi 
Vi peregrino odor , di lieto i'uono 
Mufici buffi empiono l" aria : immenfa 
Turba è raccolta , e già diteggia , e applaude . 

Poi. Or Merope fi chiami, lo di condurla 
A te lafcio il penfier . Precorrer voglio , 
Ed oftentarmi al volgo , effo fchernendo. 
Che non ha mente, ed i filo! lordi Dei, 

Che 



H ATTO 
Che non ebbero mai mente , nè fenfo . ) 
Qual' uom , qual Di j tonni di man 1 0 ilettr<J 
Potrebbe or più , poiché fon' ombra , e p 0 |J 
Tutti color, che già potem fui regno 
Vantar diritto ? il mio valore , Adrafto , 1 
II fenno mio furo 1 miei Dei . Con quelli 
Di privato deftin feoffi l' oltraggio , 
E fra l'armi, e fra 'l (angue, e Irai peritrjJ 
A un foglio alfin m* aperti via : con queft| 
Io fermo ci terrò per tèmpre il piede; 
Fremano pur' irwan la Terra , e '1 Cielo . \ 
Parrai Merope udir , di Iti tu prendi 
Cura , e s' ancor contralta , un ferro in feno 
Vibrale alfine ; e fe con me non vuole 
A far fue nozze con Pluton fen vada . 

SCENA III. 

Me» epe , Ifmeve , e Adr.iflo . 

Mer. Q Qaal fuppluuo.Ifmene.o qual tormento! 
Ifi". Fa'core alfin.jWw.Mai non nudiero i Dei 

Senza un' ugual diedro una ventura . 
/////. Vinci te'tteil'a, e ai lieti dì ti lèrba . 

A J7' i- resfonte mio > P er te Offrir m' è forza. 
Adr. ftema , io pur t* attendo : or che più badi ? \ 
Mer. Di malvagio Signor fervo pe<r<ri L , re 
Adr. Ad opra così lieta in niello Ammanto? 
Mer. Del fommo interno affanno eilb fa fede J 
Adr. Offende nude' siìjnno il tuo Conforte. 
Mer. Che di' tu ? non per anco è mio Corporee \ 

Adr. 



0 0 l N T O 6$ 
MA, O qoefto , ode' tuoi cari un fiero fcempio . 

l e nVarnento maligno , empio , infernale ! 
*lrA\ cedi al deftin ; non fnr,che guafto 

;/ rS aV» col ^° a fcoc u car vicin V 

Qnefto è il folopenfier.chepur mi frena 
n a l^naaàrmi il fen : quella e la fpeme , 
p er cui ceder vorrei, per cui mi sforzo 
IZ violenza ni mio cor; ma ohimè rifugge 
L'ani-no, e fi disdegna , e inorridite. 

AAr Se di frra°-e novella or' or non vuoi 
Orco veder'il f..ol , tronca ogn'indugio; 
Condur per me fi dee la Spofa al Terapie, 

Iter. Di' piuttofto la vittima . Adr. E che ? torie 
Nuovo parrà .qualora pur fi veggia , 
Regal Donna effer vittima di Stato? 

Mf. Ma fi vada : fui fatto i Dei fors anco 
Nuovo nel cor m'accenderan contìguo. 
Andianne, Ifmene, ornai. 

S ? E N A IV. 

Egifto , e Polidoro . 

£W. /AUelhr è mia Madre, ( F«o 

Ch' or ftrafcinata è là . Po!. Ben dura 
E* quello, a cui 1' aftringe il fier Tiranno; 
Ma che s'ha a far? forfè da quefco male 
Alcun ben rf ufeirà ■> la fofferenza , 
E l'adattarli al tempo non di rado 
Han cangiaro in antidoto il veleno- 

Egì, loroea v f 'gixeal £ Tempio, e 1» folenn* 



66 ATT 0 

Pompa veder. Poi. Vanne; curiofa bruti* .1 
Punge i cor giovinetti: vanne figlio. 
Cli io feguir non ti poflo; a quella ca] C j j 
Reggere i* non potrei: fe tal mi folli 
Qualora allor , che i lunghi intieri giortyy 
Seguiv a in caccia il padre tuo , ben frano] 
Accompagnare i'ti vorrei; ma ora 
Se il ciefìo mi lòfpigne.il pièvien manco. I 
Vanne , ma avverti ugnor , che di tua imiA 
L' occhio (opra di te cader non polla . 
Bgj. Vano è, che tu di ciò penfier ti prendi j 

SCENA V. 

Polidoro , poi Eurifi . 

Poi. "DEn'ebbe avverte al nafcerfuole ftelle 

(Quella iniferaDon na . O quanto e"li erra 
Chiunque dall'altezza dello (rato 
Felicità mifum ! e quanto infano ' 
E* '1 vulgo, che fi crede ne'fùperbi 
Palagi albergo aver Tempre allegrezza ? 
Chi pfeflb a' Grandi vive , a pien conofee, J 
Che quant* è più iùblitne la fortuna , 
Tanto i -lifaftri fon più gravi, e tanto 
Più atroci i cafi, più le cure acerbe. 

Eu): Oipite, ancor le' qui? molto m' è car« 
Di rivalerti : ma tu fermo hai 'l piede 
In (celerata Reggia , in f uo l crudele . 

Poi. Amico , il mondo tutto è pien di guaiJ 
'1 erra è facil cangiar , ma non ventura , 

Pia- 



v i n r o 67 

piacque così agli Dei . Mifer chi crede _ 
( E pur tbi non lo crede? ) 1 Giorni fuoi 
Menar lieti e tranquilli. E' quella vita 
-Tutta un' incanno, e irapaflhr il fu ole 
Sperando il bene , e fornendo d male. 
Pur. Ma perche tu, che toralher qui fei , 
pjon vai nel Tempio a rimirar la pompa 
pel ricco facrificio? Poi. Oh , curiofo 
Punto i'non fon , pafsò {bigione; aliai 
Veduti hu l'acrilici . Io mi ricordo 
pi quello ancora , quando il Re Cresfonte 
Incominciò a regnar : quella fu pompa . 
Ora iù non fi fanno a quelli tempi 
Di cotai facrifici : più di cento 
pur le nenie frenate; i Sacerdoti 
Rifplendean tutti, ed ove ti volgerti, 
Altro non fi vedea, che argento , ed oro . 
Ma ben panni, che a te caler dovrebbe 
L' Imene o de' tuoi Re . Enr. Deh fe fapéfll 
In che dee terminar tanto apparato 
Di gioja ! io non ho cor per ritrovarmi 
Preferite a sì funefto orrihil caio. 
Toh Qual cafo avvenir può?£«r.S' hai già cotezza 
Diquefta Cala , tu ignorar non puoi 
Quanto a Merope amare , e quanto infaufte 
Sien quelle nozze. Or fappi , ch'ella meore 
Già fi fermò , dove a sì duro palTo 
Coftretta Fofie , in mezzo al tempio , a villa 
Del Popol tutto, trapalfarfi il core . 
Così fottrarfi elegge ; e fi lufinga , 
Che a fpectacol si atroce alfia fi fcuora 
E 1 11 



<J8 ATTO 

Il popol neghitrofo, e fui Tiranno 

Si fcagli, e "ì faccia in pezzi. Ella è ->nr tropJi 

Donna da ciò: fienz' altro il fi : full' Alha^ 

Mandò per me con fomma fretta; il CielJ 

Tè. ch'io non giunfi a tem/>o : ella per certo! 

Darmi volea l'ultimo addio : infelice, 

Sventurata Rema ! Poi. O come il core 

Trafitto or m'hai! ben la vid'io partire ] 

Trasfigurata, e di pallor mortale 

( iià tinta ; o acerbo , lagrimevol fine 

D' una tanta Reina ! Ettr. Ma non odi 

Dal vicin Tempio alto rumor? Poi. Ben panni ■ 

D' udirealcuna cofa .Eur. Al certo è fatto 

Il colpo, e Ce perciò forfè tumulto, 

La ibrte de i miglior correr vo' anch'io. I 

SCENA VI. 

Polidoro ,poi Ijmcrtc . 

Prl. Q Me infelice, e che giovaron mai 

Tanti rifehi, e fudor ! lènza coftei 
Che più far fi potrà? I/m. Pietofi Numi, 
Non ci abbandoni in quello dì la -volita . .1 
Aita . Poi. Oitnè , figlia , ove vai ? deh afcolta 

Ifw. Vecchio , che fai tu qui ? non lai tu nulla? 
Sacrificio inaudito; umano làngue, 
Vittima regia . . . Poi. O dettino , in qual punfl 
Mi tnefii tu qtìà ? J/m. Che hai ? tu dunque , 
Tu piangi Polifonie? Poi. Polifonie? 

Ifa. Si Folitonte; entro il fuo «àngue- e i giace 

Poi. 



OU/NTO 69 

Ma chi r accife? Il figlio tuoi' uccife. 
Hi Colà nel Tempio* o fmifurato arhre ! 
r Taci eh' ei lece un coir>o, onde il Tuo nome 

ni Eroi già vinte, e la fi* prima imprefe 
V e tante furie del grand'Avo oicura 

Era già in r unto 11 <*' ,crl fi cl0 > e 1 P etl 
pel capo il Sacerdote avea già tronchi 
Al Toro per giteargii entro la fiamma . 
Stava da un lato il Re , dall'altro in atto 
Di chi a morir len va, Merope; intorno 
La varia turba rimirando, immota, 
E taciturna, lo, ch'era alquanto in alto, 
Vidi Cresfunte aprir la fui la , e innanzi 
Farli a gran pena, accefo in volto, e tutto 
Da quel di pria divedo : a sboccar venne 
Poco lungi dall' ara , e ritrovoffi 
Dietro appunto al Tiranne. Allora flette 
Alquanto altero e fofeo, e 1' occhio bieco 
Girò d'intorno. Qui il narrar vien manco J 
Poiché la facra preparata Icure, 
Che fra patere e vafi aveva innanzi , 
L' afferrare a due mani , e orribilmente 
Calarla, e all'empio Re fenderne il collo, 
Fa un fol aiomento;c fa in un punto folo, 
Ch'io vidi il ferro lampeggiar' in aria, 
E che il mifero a terra ftramazzò . 
Del Sacerdote in filila bianca vette 
Lo fpruzzo rofleggiò ; più gridi alzarli , 
Ma in terra i colpi ei replicava . Adrafto , 
Ch.' era vicin , ben fi avventò ma il fiero 

E J Gi °- 



?o ATTO 
Giovane, qua! Cignal fi volfe, e in feria 1 
Gli piantò là bipenne. Or chi la madre j 
Pinger potrebbe? fi (cagliò qual Tigre , 
Si pofe innanzi al figlio, ed a chi incontrai 
Vernagli , opponea il petto , alto gridava j 
In tronche voci, } figlio mio, è Cresfontt 1 
Quefii è V Re voflro : ma il romor , la cata| 
l'urto opprimea : chi vuol fuggir , chi innanzi 
Vuol farli : cr fpinta ,or rifofpinta ondeggiai 
Qual mefTe al vento, la confufa turba, 
E lo perchè non fa ; correr , ritirarli , 
Urtare, interrogar, fremer, dolerli, 
Urli, ftridi, terror, fanciulli oppreflì, 
Donne foflbpra , o fiera feena ! il Toro 
Lalciato in fua balia fpavento accrelce , 
E falt» , e mugge; echeggia d'alto il Tempio. 
Chi s'affanna d'ufeir, preme, e s'ingorga 
E per troppo affrettar ritarda : invano 
Le guardie là, che cuftodian le porte, 
Si sforzaro d'entrar, che la corrente 
Le ("volle, e leco alrin le traile. Intanto 
Era fi intorno a noi drappel ridotto 
D'antichi amici; sfavillavan gli occhi 
Dell' ardito Cresfonte , e altero , e franco 
S'avviò per ufeir fra'fuoi riftretro . 
Io, che difgiunta ne rimali , al fofeo 
Adito angufto, che al Palagio guida, 
Mi corlì, e gli occhi rivolgendo, io vidi 
Sfigurato, c lconvolro ( orribil villa !} 
Spiccatoi! capo, e '1 fianco, in mar di fangue 
Polifonte giacer} pruftefo Adrafto 

Iti- 



QUINTO 71 
Ingombrava la terra , e ftnùvivo 
Contorcendof. ancor , m« fè (pavento , 
Gli occhi appannati nel finghiozzo aprendo . 
Rovefciaw era l'ara, e fparfi, e infranti 
Oneftri , e vaf. , e tripodi , e coltelli . 
jjla che bado io più q^ùPdar l'armi ai fervi, 
Aflicurar le porte , e far ripari 
Tofto fi converrà, ch'aipro fra poco 
Senz alcun dubbio foffriremo aliale© . 



SCENA 



vii. 



Polidoro , poi Mero f e , Egijìo , Euri fi 
con feguito , ed altri . 

Poi. oEnza del voftro alto immortai configlio 
^ Già non veggiam si fatti cafi , 0 Dei : 
Voi dal Cielo afliftete . O membra mie, 
Perchè non fece or voi quaifofte un tempo? 
Come pronto , e feroce or' io ... . ma ecco . 

Mer. Si si , o Mefleni , il giuro ancora , è quefti , 
Quefti è 'l mio terzo figlio : io '1 trafugai , 
le l'occultai finor : quefti è l'erede, 
Quefti del voftro buon Cresfonte bì\ fangue . 
Di quel Cresfonte , che non ben fapefte , 
Se fotte padre , o Re : di quel Cresfonte , 
Che sì a lungo piangefte : or vi fovvenga , 
Quanto ei fu giufto, e liberale, e mite. 
Colui, che là dentro il fuo fangue è involto, 
E' quel tiranno, è quel ladron, quell'empio 
Ribelle ufurpator , che a tradimento 

Del 



TK ATTO 
Uel legittimo Re , de' figli imbelli 
Trafitte il fen , fparfe le membra : è quegjj i 
C.ti ogni dritto violò ; che prefe a fiherJ 
Le leggi , e i Dei ; che non fa fazio mail 
Nè d' oro , nè di {àngue ; che per vani 
Sof petti trucidò tanti infelici , 
Ed il cener ne fparle , e fin le mura 
Arfe,. fpiantò, diftruue . A qual di voi 
Padre , o fratel , figlio , congiunto , o ani ico] 
Non avrà tolto ? e dubitate ancora ? 
Forfè non v' accertate ancor, che quefh 
Sia pure il figlio mio ? mirate il volto ; 
Non ci vedete in quelle ciglia il padre? 
Ma feppur noi credete al tuo fembiante ] 
Credetelo al mio cor; credete a quello 
Furor d'affetto, che m'ha invafa , e tutta 
M' agita.e avvampa : eccovi il vecchioni Cid 
Mei manda innanzi , il vecchio , che nodrillo 
Poi. lo,io....MnMà chelche teftimon? che prave 
Quello colpo lo prova : in frefea etate 
Non s' atterran Tiranni in mezzo a un Tempi» 
Da chi altronde difeende , e nelle vene 
Non ha il fingue d'Alcide. E qualfperania 
Or più centra di voi nodrir potranno 
Elide, e Spara, f e dell 1 armi voftre 
Fia conduttor sì fatto Eroe? Air. R e i na 
Nafte il noflro tacer fol da profonda 
Meraviglia, che il pett0 ancor c ' ingombra 

pra d ogn' altro a me: ma non pertanto 
Certa fi, pur , eh' ognun, che qui tu vedi 
Correr vuol reco una medefina forte. 

Spa&* 



q V 7 N T O 73 
v ^tnnnol 2", che di Cresfonte 

n % più in effo (luridezza , e oblio 
P„« n vedremo or' or, ™ in ogni evento 
SS i egunci del Tiranno, e l armi. 
S SroRe(che noiìro Re pur fi.) 
2J£ nel noftro petto argine , e feudo. _ 
fj, Timor fi fgombri, che fe meco, amici, 
%oi fiere, io d'armi e di furor mi rido. 

SCENA ULTIMA, 

Ifmene , e detti . 

»?w.r , Hefai,Regina?che più badi? IT". Ohimè 
V> Che porci? Jfm. Il gran corcil ....non odi 
r J (i gridi? 

Corri, e conduci il figlio. Egi.lo,io v' accorro. 
Retta Reina . Il gran cortile è pieno 
D' immenfa turba , uomini, e donne ; ognuno 
Chiede r Eroe, che M fier Tiranno uccifc. 
Veder vorrebbe ognuno il Re novello. 
Chi rammenta Cresfonte , e chi defenve 
Il Giovinetto; altri dimanda, ed altri 
Narra la cofa in cento modi . I viva 
Fendono l' aria; infino i fanciulletti 
Batton le man per allegrezza : è forza , 
Credi , egli è fona lagrimar di gioja . 
Mer. O lodato fia tu , che tutto reggi , 
E che tutto difponi. Andiamo, o caro 
Figlio , tu fei già Re ; troppo felice 

Og- 



74 ATTO 
Oggi fon'iojfenza dimora andianne, 
Finché bolle ne' cor sì bel defìo. 

Bgi, Credete amici , che sì cara madre 
M'è a (lai più oro d'acquiftar, che il rei 

Pei, Giove , or quando ti piice, ai giurili Jà 
Imponi pure il fin : de' miei deliri. 
Veduta ho già la meta; altro non chieg 

Zg't. Reina, a quello vecchio io render ma'* 
Ciò, ch< gli debbo, non potrei : penne 
Che a tenerlo per padre io (égua ognun L 

JIAer, Io più di te gli debbo , e affai mi pia 
Di Porgerti sì grato , e che il tuo prima 
Atto , e pernice di Re Virtù governi . 



IL FINE,